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L’Ungheria dopo il voto

C’è da riflettere sul terzo successo consecutivo di Viktor Orbán alle elezioni politiche ungheresi. C’è da riflettere sul significato di questo fatto, su cosa l’ha determinato e su cosa comporta per il paese e per l’Europa. È bene soffermarsi un attimo su questo argomento data la sua attualità e dato il fatto che gli effetti di questa vicenda non riguardano solo il paese che ha espresso il fenomeno Orbán.

Per prima cosa, però, proviamo a ricostruire velocemente il percorso del primo ministro ungherese e del partito Fidesz di cui è leader. Orbán si mette in mostra, a livello politico, verso i tardi anni Ottanta. È uno dei volti del Fidesz, nato come movimento progressista, concentrato sulla difesa dei diritti civili. In quel periodo il nostro si esprime pubblicamente per l’indipendenza dell’Ungheria da Mosca e chiede il ritiro definitivo delle truppe sovietiche di stanza nel paese. Il Fidesz è in quel momento storico un soggetto alternativo i cui esponenti si caratterizzano per un approccio informale alla politica, che contrasta con lo stile un po’ ingessato delle autorità di regime, peraltro già in cammino verso il viale del tramonto.

Nella prima metà degli anni Novanta Orbán ha un peso prevalente nel Fidesz e vede uno spazio vuoto a destra. È il momento della svolta che trasforma il partito e lo fa diventare una formazione politica conservatrice. Nel paese e un po’ in tutta l’area il nazionalismo – congelato in circa quattro decenni di regime – si risveglia e cresce. Orbán fa i suoi calcoli e vede che mettersi dalla parte dei sentimenti conservatori e nazionalisti paga di più sul piano politico. È una cesura rispetto al passato del Fidesz che col tempo si sposterà sempre più a destra. Sarà al governo fra il 1998 e il 2002 e all’opposizione per otto anni, periodo che lo fa diventare la forza politica che conosciamo oggi: aggressiva e determinata a controllare il paese.

Viktor Orbán è capo del governo dal 2010, ha fatto riscrivere e approvare una nuova costituzione, nazionalista e autoritaria che è entrata in vigore nel 2012 insieme alla legge sulla stampa e al nuovo Codice del Lavoro. È stato abile nel toccare tasti ai quali molti suoi connazionali sono sensibili, come quello dell’Ungheria che nella storia non sarebbe mai riuscita a prendere in mano le redini del suo destino perché da sempre sotto il tallone di potenze straniere. Si è fatto interprete di frustrazioni storiche diffuse nel paese, tramandate di generazione in generazione, e ha promesso agli ungheresi di creare un paese libero da influenze esterne e in grado di realizzare le sue aspirazioni e il suo riscatto nazionale e storico.

Il sistema della cooperazione nazionale da lui inventato fa una distinzione fra chi è con il sistema e chi è contro. Chi è con il sistema partecipa e contribuisce, unicamente col suo appoggio al governo, a realizzare il progetto di un’Ungheria che ritrova se stessa e riscopre i suoi valori. Chi è fuori dal sistema rema contro perché è evidentemente animato da sentimenti antiungheresi ed è un soggetto pericoloso.

Quella di Orbán è una tipologia di potere fortemente dirigista che chiede agli ungheresi di limitarsi ad appoggiare il leader e ad affidarsi totalmente a lui che pensa a tutto. Non c’è alcun invito alla partecipazione attiva alla politica, l’ungherese modello descritto dal governo è quello che lascia la politica a chi la sa fare, a chi la svolge per il benessere del paese. Suo compito è quello di votare per l’esecutivo e star lontano dall’opposizione e dai suoi discorsi antipatriottici per avere in cambio una vita sicura, utenze meno care e la certezza di vivere in un paese sicuro.

È chiaro che non possiamo parlare di democrazia partecipativa. Da quando è al potere, il governo Orbán si è impegnato a realizzare un controllo sempre più capillare ed esteso su settori chiave: l’informazione, la scuola – con la rilettura e riscrittura della storia nazionale, specie quella contemporanea – , le procure, la Corte Costituzionale, la Corte dei Conti. La sua è una propaganda continua, martellante, con elementi di lavaggio del cervello che addormentano lo spirito critico e autocritico. Il sistema si serve di capri espiatori, indica alla gente tutta una serie di pericoli che vengono da fuori e alimenta la sindrome dell’accerchiamento e della cospirazione esterna nei confronti del paese. Secondo la retorica governativa il vero ungherese sta dalla parte del Fidesz che si è appropriato di simboli e significati che dovrebbero essere patrimonio di tutta la popolazione, non soltanto degli elettori di Orbán.

da Potere al Popolo

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