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Il fallimento del G7, sotto le chiacchiere i lustrini

Il G7 non è il G20, avevamo provato a spiegare. E l’andamento del vertice di Carbis Bay, in Gran Bretagna, ha chiarito che i due “insiemi” hanno caratteristiche profondamente differenti. Un “dettaglio” che varrebbe la pena di approfondire, nella preparazione delle sacrosante mobilitazioni che si vanno preparando per i diversi appuntamenti del G20 in Italia.

Il G7, infatti, è il vecchio consesso dei “padroni del mondo” nel trentennio della cosiddetta globalizzazione neoliberista. Usa, Canada, Giappone, Germania, Francia, Italia e Gran Bretagna – con pesi specifici enormemente diversi – hanno formato la cornice di legittimazione del “pensiero unico”, l’imporsi del “Washington consensus”, le aggressioni militari a una lunghissima serie di paesi che una volta sarebbero stati definiti “non allineati” (dalla Jugoslavia alla Libia, dall’Afghanistan all’Irak, dalla Somalia alla Siria, ecc).

Quel gruppo di paesi, d’altro canto, subito dopo l’implosione dell’Unione Sovietica e del “campo socialista”, rappresentava l’80% del Pil globale. Difficile tenergli testa, anche se c’è chi è riuscito a sopravvivere nonostante tutto (Cuba, per dirne una).

Ora la situazione è profondamente differente. Il Pil prodotto da quei sette raggiunge a malapena il 40% e naturalmente la forza economica è la base fondante del “peso politico” che si può esercitare (nel bene e nel male, ovviamente).

Il vertice di Carbis Bay era stato convocato esplicitamente per stringere di nuovo il patto euro-atlantico, dissestato dal quadriennato di Donald Trump, e fissare le coordinate del tipo di conflitto da condurre contro la Cina. Che al contrario è autorevole membro del G20…

Compito non semplice, visto che tutti e sette, con percentuali differenti, hanno forti relazioni economiche con Pechino e, soprattutto, intendono continuare ad averle. Molte aziende multinazionali, sia europee che statunitensi, stanno da tempo “diversificando” i loro investimenti/insediamenti produttivi nelle tre macroaree economiche (Usa, Europa, Cina) per non trovarsi spiazzate da eventuali guerre commerciali e/o doganali. E in mondo capitalistico dove l’importanza degli Stati è diminuita, mentre quella delle multinazionali è diventata dominante, questi interessi hanno oggi un peso determinante.

Il risultato finale del vertice è quindi un curioso mix di comunicazione “belligerante” (tutti contro la Cina, per “le pratiche commerciali scorrette”, i “diritti umani” di Uiguri e Hong Kong, ecc) e l’assenza di progetti concreti mirati a rinsaldare i legami tra “i sette” e le varie aree del mondo.

Il progetto più rilevante sul piano economico è – o sarebbe – “costruire un’alternativa alla Nuova Via della Seta”, che la Cina sta portando avanti da qualche anno con ottimi risultati e diversi accordi anche con alcuni dei Paesi del G7 (sicuramente con l’Italia, con cui ha sottoscritto un Memorandum, ora rimesso in discussione da Draghi).

Il progetto Usa Build Back Better World (B3W), però, soffre di debolezza economica e capacità di finanziamento. L’obbiettivo dichiarato è aiutare a coprire il fabbisogno d’infrastrutture nei Paesi in via di Sviluppo, per un valore di oltre 40 mila miliardi di dollari.

Una cifra mostruosa (il Pil Usa supera di poco la metà), che dovrebbe essere “trovata” secondo schemi alquanto immaginifici: i Paesi del G7 e altri partner si coordineranno nel “mobilitare capitali del settore privato in quattro aree d’interesse – clima, salute, tecnologia digitale e uguaglianza di genere – con investimenti provenienti dalle rispettive istituzioni finanziarie per lo sviluppo”.

Tradotto: quei soldi non ce li abbiamo, ma promettiamo di dare una solida mano ai “privati” che potrebbero metterceli. Cosa comunque complicata, visto che le infrastrutture hanno tempi lunghissimi di ammortamento dell’investimento iniziale. Poco “concorrenziali” con i mercati finanziari che garantiscono guadagni giornalieri decisamente più alti.

Ne sono consapevoli persino i funzionari di alto livello della Casa Bianca, che hanno infine espresso l’auspicio che il progetto catalizzi, più modestamente, “centinaia di miliardi di dollari di investimenti infrastrutturali nei prossimi anni“.

La Nuova Via della Seta, al contrario, può contare su finanziamenti certi, garantiti da Pechino, ossia da un governo che non subisce il condizionamento delle grandi imprese ma, al contrario, le “orienta”.

Paradossalmente o quasi, questa diversità di approccio sistemico è perfettamente chiara ai vertici del G7, che stanno dunque pensando di revocare lo status di “economia di mercato” alla Cina. Una soluzione che creerebbe più problemi di quanti si vorrebbero risolvere, visto che ne uscirebbe tramortita tutta la struttura del commercio mondiale “governata” dal Wto.

Sui giornali inglesi, per esempio, di parla senza mezzi termini di “fallimento”. E non solo sul piano economico.

Anche sul fronte della “lotta al cambiamento climatico” le cose non sono andate meglio. Il comunicato finale contiene solo la promessa che ogni Stato  avrebbe “aumentato e migliorato” i propri contributi nel rispetto di un’altra una promessa, fatta 11 anni fa, secondo cui le nazioni ricche avrebbero speso 100 miliardi di dollari all’anno per aiutare i paesi più poveri ad adattarsi al riscaldamento globale.

Ma qualcosa nel frattempo è stato fatto solo dal Canada (arrivato a  4,4 miliardi l’anno scorso). Mentre la Germania ha promesso di aumentare la spesa da 2 miliardi di euro a 6 miliardi di euro (5,2 miliardi di sterline) all’anno entro il 2025. Dagli altri, neanche le promesse.

Peggio ancora per la lotta alla pandemia. I media più servili strombazzano titoli sul “miliardo di dosi regalate ai paesi più poveri”, ma le nazioni del G7 ne hanno in realtà promesse un po’ meno (solo 870 milioni). Comunque soltanto una frazione degli 11 miliardi di dosi che l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera necessari per vaccinare il mondo entro il prossimo anno.

Dunque promesse contro soldi veri, chiacchiere roboanti contro progetti concreti. Inevitabile, in un certo senso, il cercare di “buttarla in politica”, con un altissimo (ma anonimo) funzionario della Casa Bianca che dice: “Non è intenzione degli Stati Uniti costringere altri Paesi a scegliere tra le due maggiori economie del mondo, ma piuttosto mostrare agli altri che le democrazie sono un modello migliore delle autocrazie“.

Basta alzare un attimo lo sguardo e riavvolgere il nastro degli ultimi 70 anni. Non c’è praticamente un solo Paese al mondo – neanche tra gli altri sei del G7 – che non abbia dovuto subire le “attenzioni” degli Usa, su qualsiasi piano: economico, politico e – alle brutte – militare.

Veramente un “modello migliore” che promette sfracelli…

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