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Guerra in Etiopia. Quando cadrà Addis Abeba?

Con la conquista di Mekelle il 29 novembre dello scorso anno, il presidente etiope Abiy Ahmed dichiarava “ufficialmente” conclusi i combattimenti dell’operazione di “ristabilimento dell’ordine” che avevano coinvolto esercito e milizie Oromo contro la regione settentrionale del Tigray.

La presa della capitale del distretto “ribelle” del Tigray, Mekelle, dopo alcune settimane di combattimenti iniziati in seguito agli attacchi del TPLF (Tigray People’s Liberation Front) alla base militare della 5° Divisione-Comando Nord, non è affatto coincisa con la stabilizzazione della regione settentrionale né, tanto meno, dell’Etiopia, ma è stata solo una tappa del conflitto che si è esteso e quasi un anno dopo ha portato il “Fronte” a poco più di 300 km da Addis Abeba, estendendosi oltre il perimetro dentro cui Abiy voleva inserirlo.

A giugno il TPLF ha ripreso Mekele con il crollo dell’esercito etiope, ed i combattimenti sono stati spostati nelle regioni vicine dell’Afar e dell’Ahmara.

Si è cioè realizzato uno scenario in parte prevedibile già un anno fa, ossia la possibilità di una vittoria sul campo attraverso la guerriglia che ribaltasse l’esito della conquista della regione del Tigray.

Il “Fronte”, secondo alcune stime, è un vero e proprio esercito di 250 mila uomini, con una lunga esperienza di guerriglia alle spalle e che per 25 anni era stato il perno della coalizione quadripartitica – l’EPRDF –  che aveva governato il Paese dopo la cacciata manu militari del “regime” Derg ad inizio Anni Novanta, nel quale aveva giocato la parte del leone.

La possibile caduta della capitale Adis Abeba, potrebbe non essere la fine del conflitto. Stando alle dichiarazioni del TPLF, esso vorrebbe continuare la guerra contro l’ex odiato alleato eritreo (che potrebbe avere avuto un ruolo diretto nell’offensiva etiope), contribuendo ulteriormente alla destabilizzazione della regione già minata dalla situazione somala e da quella sudanese.

Le forze tigrine ed il loro alleate Oromo – la Oromo Liberation Army (OLA) – sembra che non avanzeranno fino a quando non verrà resa sicura l’arteria stradale che porta da Addis Abeba al vicino Gibuti, il che richiederebbe una sorta di presa di Mille a cui, secondo la Reuters si stanno avvicinando gli insorti.

Nella tarda serata di giovedì, il portavoce dell’OLA, Odaa Tarbii, ha dichiarato che più di mille soldati hanno disertato in favore dell’OLA, di cui 400 si sono uniti alle proprie file nelle vicinanze del Lago Tafo (25 km a nord-est di Addis Abeba).

Un segno evidente, se confermato, dello sfaldamento delle forze regolari etiopi e della credibilità dell’attuale leader.

La contro-offensiva del TPLF è stata implacabile e, stando alle sue dichiarazioni, ha recentemente conquista Dessi, Kombolcha e Burka, città strategiche nella regione di Amhara, ed ha costretto martedì di questa settimana il presidente etiope a dichiarare lo Stato d’Emergenza per sei mesi e a richiamare alle armi i cittadini in difesa della capitale. Il “Fronte” intanto è dentro la città di Kemise a 325km della capitale.

È la seconda volta in meno di 3 anni che il presidente in carica – insignito del Premio Nobel per la Pace nel 2019 – dichiara lo Stato d’Emergenza. Anche 4 dei 10 governi regionali di cui è composta l’Etiopia hanno fatto appello alla mobilitazione contro il TPLF.

La diplomazia internazionale e regionale è ad un impasse.

Giovedì l’ambasciata USA ha autorizzato la partenza volontaria del proprio staff e delle relative famiglie, dopo che il giorno prima aveva dichiarato di essere “molto preoccupata” degli sviluppi della situazione, e ha fatto appello per la fine dell’operazioni militari in favore di un dialogo per il cessate-il-fuoco che sembra poco probabile.

Sempre giovedì è giunto nella capitale l’inviato degli Stati Uniti per il Corno d’Africa, Jeffrey Feltman – già impegnato anche nella difficile situazione sudanese.

Qualche giorno fa Washington aveva dichiarato che i prodotti provenienti di Guinea, Mali e Etiopia sarebbero stati privati dell’accesso al mercato americano secondo le condizioni favorevoli concesse dell’AGOA, una legge che regola le relazioni commerciali tra USA e Stati africani beneficiari. L’AGOA era stata lanciata nel 2000 da Bill Clinton, come vettore di sviluppo “autoctono” che allineasse i Paesi africani ai desiderata degli USA, esentandoli dal pagamento delle tasse doganali.

La lista viene rivista ogni anno ed il 1°gennaio 2022 questi paesi potrebbero esserne esclusi, dunque è uno strumento di pressione per determinare il corso politico, anche perché due di essi stanno intrattenendo rapporti sempre più stretti con la Russia

Secondo la rivista RFI Afrique: “la Casa Bianca precisa che continuerà a valutare gli eventuali progressi fatti sui soggetti di preoccupazioni”, cioè sui diritti umani.

Il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni, ha chiamato i leader dell’Africa orientale (EAC) ad un summit il prossimo 16 novembre, mentre Uhuru Kenyatta, presidente del Kenya, ha fatto appello per l’immediato cessate il fuoco.

Ma le dinamiche sul campo sembrano essere più celeri delle capacità della diplomazia di influenzarle.

Sta cambiando dunque molto in fretta il quadro che si stava delineando con l’alleanza di fatto tra Etiopia ed Eritrea, e con l’estromissione del TPFL dai giochi politici, in grado di stabilizzare la regione e di offrire agli USA un maggiore ruolo nella sua strategia africana sulla dorsale orientale del continente, snodo dei traffici commerciali mondiali passanti per il Mar Rosso e ormai “terra contesa” tra differenti soggetti, tra cui le petrol-monarchie del Golfo e la Turchia.

È chiaro che l’offensiva del Fronte tigrino ad Abiy ha aperto il vaso di pandora dei delicatissimi equilibri etnici anziché consolidare la propria base di potere su cui si poggiava, ma ha anche minato alla base il suo piano di sviluppo per il paese più popoloso dell’Africa e che attraverso i suoi progetti strategici, come quello della diga GERD che sfrutta le acque del Nilo Blu in cui è in conflitto con Egitto e Sudan, mirava ad essere un attore di peso nella regione.

Si apre una fase, quindi, di grande incertezza su cui tutti i tradizionali attori geo-politici in questo quadrante africano sembrano in seria difficoltà nella governance delle dinamiche che si sono sviluppate.

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