Tanto tuonò che piovve. Dopo mesi di indiscrezioni, post sui social, annunci roboanti, gli Stati Uniti hanno annunciato che ridurranno il loro arsenale militare destinato alla Nato in Europa.
A riferirne è, significativamente, il quotidiano tedesco Der Spiegel che riporta di quanto deciso in una riunione a porte chiuse dal consigliere del Pentagono Alexander Velez-Green.
Secondo quanto riferito da due diplomatici della Nato al giornale tedesco, gli Usa diminuiranno considerevolmente il numero di bombardieri strategici, aerei da combattimento, droni, sottomarini e navi da guerra, continuando al contempo a fare pressione sugli alleati europei affinché si impegnino maggiormente nelle spese militari destinate alla difesa.

Nell’attuale sistema di ripartizione degli oneri, gli Usa forniscono circa la metà delle spese militari in ambito Nato, ma ne chiedono da tempo una ridistribuzione.
Secondo l’Ispi, “le proposte statunitensi per la pianificazione futura si sarebbero però rivelate più drastiche di quanto gli europei avessero previsto”.
Ma la notizia non è certo una sorpresa. Sono anni che Trump attacca gli alleati europei per non aver investito abbastanza nelle spese militari. Dopo aver accusato i partner europei di essere dei “codardi” per non averlo sostenuto nella guerra contro l’Iran e accusato la Nato di essere “una tigre di carta”, il presidente Usa aveva recentemente annunciato di voler ritirare migliaia di soldati dalle basi in Germania ma poi ha immediatamente rettificato il tiro annunciandone il loro ridispiegamento in Polonia.
Il governo statunitense ha proclamato la sua ipotesi di riorganizzazione di una “Nato 3.0”, un progetto secondo il quale gli europei dovrebbero assumersi l’intera difesa convenzionale del proprio continente il più rapidamente possibile. “Pur aumentando la spesa per la difesa, tuttavia, i governi europei non possono replicare capacità chiave fornite dagli Stati Uniti, come l’intelligence satellitare, la sorveglianza e la ricognizione, la difesa aerea e missilistica e la logistica aerea. Né dispongono dei sistemi di comando o della logistica necessari per organizzare una mobilitazione militare di vasta portata senza il coinvolgimento degli Stati Uniti” sottolinea l’Ispi.
Da questa nuova realtà cresce nell’Unione Europea la spinta ad aumentare le spese militari, accelerare gli investimenti comuni, integrare le filiere industriali della difesa, raggiungere l’autonomia strategica nei sistemi di intelligence e di comando.
Al momento tale processo deve fare i conti con due dinamiche interne convergenti sullo scopo (aumento spese militari e riorganizzazione degli apparati della Difesa) ma divergenti sulle caratteristiche, ossia se ogni stato europeo debba agire in proprio oppure integrandosi con gli altri stati.
E’ sempre l’Ispi a sottolineare che nel primo caso la Germania ha avviato un piano per la Difesa che prevede il potenziamento delle forze armate per costruire l’esercito convenzionale più potente d’Europa entro il 2039. Berlino ha scelto di finanziare autonomamente il proprio aumento della spesa, modificando il freno al debito costituzionale e puntando a raggiungere il 3,5% del Pil in spese militari già entro il 2029, con circa 150 miliardi l’anno.
Il piano include l’ampliamento dell’esercito a circa 260mila soldati e un nuovo sistema di registrazione obbligatoria per tutti i giovani maggiorenni. I punti chiave della nuova strategia della Bundeswehr prevedono un sistema di leva aggiornato – tutti i cittadini maschi che compiono 18 anni devono registrarsi, compilare un questionario sull’idoneità e sottoporsi a screening medici. Il servizio militare rimane su base volontaria, ma il governo sta valutando la proposta dei sorteggi o la reintroduzione del servizio obbligatorio qualora le adesioni su base volontari fossero insufficienti. Contro tale piano, da mesi si vanno mobilitando gli studenti tedeschi.
Nel caso italiano le ambizioni ad aumentare le spese militari e alla reintroduzione della leva per i giovani al momento si scontrano soprattutto con i problemi di bilancio. In base all’art.81 introdotto in Costituzione con il consenso di tutti i partiti (obbligo di pareggio in bilancio), è evidente che se si devono mettere a terra i soldi per le spese militari, questi vanno sottratti ad altri capitoli del bilancio dello stato.
Ma il percorso che porta ad un aumento delle spese militari non sembra incontrare veri ostacoli politici, anzi potremmo affermare che il tema – da sempre – gode di una piena convergenza bipartisan. L’unica divergenza è la dimensione del riarmo, ossia se va gestito nella versione europea (Schlein) o in quella nazionale (Meloni).
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