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«Noi, insindacalizzabili contro tutti i poteri» Tende e lanci di rosso

Dietro allo striscione dei Blocchi Precari Metropolitani centinaia di «insindacalizzabili»: precari, attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare, migranti, senza reddito, rom che hanno portato in piazza «la rabbia contro una precarietà che ormai non è più solo lavorativa ma di vita» denunciano dal Bpm.

«Per rovesciare questa quotidianità e generalizzare il più possibile lo sciopero» hanno voluto essere presenti a fianco del sindacato tradizionale per rivendicare reddito, casa, welfare, per opporsi alle privatizzazioni e alla rendita, per difendere i beni comuni.
All’urlo di Kifaya, il «basta» che ha dato forza alle rivolte egiziane, mentre la coda del corteo si allontanava da Termini, a essere colpiti dalle uova colorate di rosso dei Blocchi Precari Metropolitani sono stati proprio i simboli dei poteri forti, sui posti di lavoro così come nelle città, che si trovano lungo via Cavour. Prima le sedi di Cisl e Uil «che stringono accordi con Confindustria sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici di questo Paese», poi una filiale dell’agenzia immobiliare Pirelli Re. Quindi Tecnocasa. Infine «un saluto anche alla rendita immobiliare» e la facciata di un enorme palazzo vuoto, prima di proprietà pubblica, poi della Fimit e ora in mani private pronte a «valorizzarlo».
«Quella che è scesa in piazza oggi è una parte di città arrabbiata e stanca della crisi e della precarietà alla quale ci hanno condannato, stanca della svendita del patrimonio pubblico e della privatizzazione dei beni comuni, stanca di essere senza casa a fronte di migliaia di palazzi vuoti», spiega Paolo Di Vetta del Bpm mentre, nei pressi del Senato, venivano aperte una ventina di tende da campeggio, simbolo con il quale la piazza arrabbiata e meticcia dei sindacati di base ha assaltato i blindati a difesa dei palazzi del potere. Tende che hanno ricordato la grave emergenza abitativa che colpisce l’Italia, in primis la Capitale, ma hanno anche voluto affermare come «il percorso verso la nostra piazza Tahrir è un orizzonte e uno spazio politico che può accendersi con rabbie diverse e plurali». «Non un passaggio estetico – continua Paolo Di Vetta – ma una gesto di rottura con il modello di sviluppo con il quale vogliono governare questo paese».
Un vero e proprio dies irae, giorno della rabbia, come l’ha chiamato il Bpm, sfociato in una piazza Navona piena di gente e di bandiere dei sindacati di base. Una giornata che per il «sindacato metropolitano» «è una tappa importante di un percorso di lotta che non si fermerà qui» perché una piazza come quella di ieri «conflittuale, senza governi amici e che oggi, e non nel futuro, rivendica quei diritti che ci vengono negati nel presente è anche la nostra piazza».

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