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La destra a Bologna, in cerca di un ruolo

Al di là della faccia truce adottata da Salvini & co. per “la marcia su Bologna”, questa kermesse destrorsa ha cambiato parecchio significato negli ultimi giorni. Partita come gazzarra neofascista e con obiettivo il “Blocca Italia” – CasaPound come braccio militare, “giovani padani” in funzione di truppe da addestrare alla bisogna – è stata man mano ricondotta nel’alveo classico del centrodesta italico, alle prese con una crisi di ruolo e visione che sta alla pari solo con la cosiddetta “Sinistra Italiana” (le maiuscole servono solo a specificare che si tratta di una sigla…).

Il problema fondamentale, per gente che comunque deve ambire a candidarsi a guida del paese, era ed è come riguadagnare la patente di “opposizione” al governo Renzi, fin qui ricoperto dai Cinque Stelle in Parlamento e sui media, e da forze molto diverse da queste sul piano sociale e sindacale (ma molto meno “mediatizzate”).

Le fughe dei “governisti a tutti i costi” dal vecchio centrodestra berlusconiano – prima Alfano, poi Verdini, in mezzo una nutrita pattugli di comprabili a prezzi stracciati – aveva infatti ridotto a ben poco la credibilità della destra come “alternativa”. Con la prospettiva della scomparsa alla prima prova elettorale con l’Italicum (il premio di maggioranza alla lista, anziché alla coalizione, riduce al minimo i distinguo tra diverse formazioni).

Bollito Berlusconi, appassiti i vari cespuglietti ex fascisti (da Storace ai cugini di campagna, pardon, Fratelli d’Italia, ecc), la Lega salviniana aveva provato a trasformarsi in asso pigliatutto, scontando però l’impossibilità di diventare “partito nazionale”. Decenni di razzismo anti-meridionale non si rimuovono con qualche felpa, ed è bastato pochissimo – un sindaco “non conforme” a Napoli – per far saltare di nuovo fuori la vecchia bestia fascioleghista, bruciando ogni pur minima fantasia di “calata al Sud”. I mazzieri di CasaPound o Forza Nuova possono tornar utili per fare il solito mestiere, ma non portano voti. Anzi…

Inevitabile dunque il “riavvicinamento” col Caimano in disarmo e gli altri ex colleghi di governo, con l’obiettivo massimo di rifarsi un briciolo di credibilità “oppositiva”. Il patto finale sembra sia stato siglato ieri sera a San Siro, dai due tifosi milanisti in tribuna vip. Una manifestazione meno aggressiva e identitaria, senza bandiere, più “potabile” per i “moderati” da sempre timorosi di nuove avventure. Anche le squadre in campo hanno partecipato allo spirito “amichevole”, stampando uno scialbo zero a zero che sembra un vaticinio sulle possibili fortune della nuova alleanza tra vecchi ex.

Troppo poco e troppo tardi per entusiamare figure sociali assai diverse (la crisi morde il blocco sociale salviniano, guidato dalla piccola e media imprenditoria del Nord; molto meno le cordate di palazzinari e subappaltatori o l’economia malavitosa affluente nelle retrovie berlusconiane). Tanto più che proprio gli interessi sociali “impresentabili” hanno da tempo stabilito proficue alleanze cone entrambi i fronti teoricamente opposti. La stessa vicenda dell’inchiesta sul “mondo di mezzo” ha mostrato infatti come questi interessi non siano da vedere soltanto sull’asse verticale (a metà strada tra “quelli di sopra” e i cosiddetti “morti di sotto”), ma anche e soprattutto su quello orizzontale (destra e Pd sono entrambi molto permeabili).

Il problema del centrodestra, obbligato a riunirsi, è identico a quello di ogni “centrosinistra di governo”: non esiste alcuno spazio per realizzare politiche diverse da quelle decise dalla Troika. Vale per chi, “da sinistra”, dice di voler metter fine all’austerità; ma vale altrettanto, seppure un po’ meno, per chi da destra aspira invece a rimettere in moto la macchina dei soldi pubblici mesi a disposizione dei costruttori e delle cordate mafioso-parassitarie. Non appare un caso, dunque,  che Salvini abbia silenziato completamente la retorica anti-euro, conservando invece quella più tradizionalmente fascista (vedi l’assunzione del termine “zecche” per indicare “la sinistra”, senza troppe distinzioni tra le varie componenti).

Questa platea senza grandi prospettive oggi se ne starà dunque a piazza Maggiore circondata da tre cortei antifascisti. La loro unica speranza è riposta nella polizia, schierata a difesa del fascioleghismo “di governo”; di fatto, è l’unica variabile su cui possono contare per fare di questa giornata uno spot elettorale “produttivo”.

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