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Elezioni amministrative a Bologna: eppur si muove

Le elezioni amministrative e i ballottaggi di domenica scorsa hanno rappresentato a livello nazionale un segnale di vita da parte di un paese che sembrava aver accettato l’inevitabilità dei governi “tecnici” e del renzismo.

Come è stato evidenziato in questi giorni, non solo da noi ma dallo stesso establishment, a partire dai suoi apparati di informazione, la clamorosa sconfitta del Partito Democratico nelle grandi aree metropolitane del paese ha una valenza politica enorme. A pochi mesi dal referendum, si aprono possibilità concrete, per chi costruisce opposizione all’Unione Europea e ai suoi sostenitori, di dare gambe e organizzare quel malcontento diffuso nelle classi popolari e nei ceti medi in via di proletarizzazione.

Da questo quadro d’insieme però sembra essere esclusa Bologna. Ad una prima osservazione, il panorama politico cittadino, specie quello partitico-istituzionale, sembra vivere e riprodurre dinamiche consolidate nei decenni passati.

A differenza di Torino per esempio, altra città del Nord e storica roccaforte PD, qui si riconferma  un sindaco debole e più volte in difficoltà, protagonista in piena campagna elettorale di passi falsi, sparate e marce indietro non proprio da statista sicuro della vittoria. Eppure analizzando bene il risultato del voto e mettendolo in collegamento con la realtà territoriale e la dinamica nazionale, si colgono anche a Bologna i segni di cedimento di un centro-sinistra sempre più lontano dai propri elettori e in difficoltà.

Il primo importante dato da evidenziare è il calo dell’affluenza alle urne. Un 53% certo in linea con la tendenza nazionale, ma un forte segnale in una città che ancora alle scorse amministrative del 2011 aveva visto una partecipazione del 72% degli aventi diritto. Sono tutti voti persi dal “partitone”: Merola si assicura il 55% dei consensi, che se letti in termini assoluti rappresentano un calo di 40 mila voti al primo turno e di 23 mila al ballottaggio rispetto alla sua prima elezione nel 2011. A conferma di questa tendenza, ricordiamo l’enorme calo di iscritti verificatosi l’anno scorso, con un meno 4500 (un quarto del totale) e la decisione di accorpare i circoli territoriali.

La destra invece conferma il suo “pacchetto” di consensi, aumentato dai voti di parte dell’elettorato del Movimento 5 Stelle; sono voti che rappresentano non un maggiore consenso della Lega Nord ma la ferma volontà di pezzi “politicamente attivi” di cittadini di opporsi al PD e al suo sistema di potere.

Ad appoggiare Merola ci sono stati, infatti, i poteri forti cittadini, dalla Legacoop e alle banche/fondazioni, fino alla CGIL: uno zoccolo duro che evidentemente regge ancora, ma che ha rischiato di vedere il proprio candidato sconfitto al secondo turno, ma salvato in extremis dall’appoggio di buona parte della sinistra radicale e dal richiamo antifascista-antileghista lanciato dal sindaco nell’ultima settimana.

Se questi sono dati scontati, meno scontato è un altro elemento che ha caratterizzato la campagna elettorale del riconfermato primo cittadino: Merola è stato il candidato piddino che più di tutti ha cercato di smarcarsi dalla linea del segretario di partito, al punto da annunciare l’innalzamento della soglia di esenzione dell’addizionale comunale dell’IRPEF a favore delle fasce più deboli e con il firmare la “carta dei diritti” della CGIL e per il referendum di modifica del Jobs Act. Atteggiamento che evidentemente mirato  a portare alle urne un parte di elettorato deluso dal PD che altrimenti si sarebbe sommato alla massa degli astenuti.

In queste elezioni però c’è stato anche un altro protagonista: la mancanza di alternative. Da sottolineare come nessuno dei candidati abbia messo in discussione i pilastri del potere cittadino, dalle grandi cooperative alle banche. Elemento non indifferente se si considera il livello di compenetrazione fra questi soggetti economico/finanziari e le istituzioni cittadine nella gestione della città. Se questa messa in discussione non c’è stata dalla destra, non c’è stata nemmeno dal Movimento 5 stelle. Una carenza di determinazione o di volontà politica che si somma probabilmente agli strascichi delle rotture interne al movimento degli scorsi anni. Nonostante questo, va segnalato il più 10 mila voti di consenso rispetto alle scorse amministrative da parte dei grillini, unico partito in crescita elettorale, confermando così in città il dato positivo a livello nazionale.

A sinistra invece Coalizione Civica raccoglie poco più del bacino storico di SEL, e si riconferma come vera àncora di salvezza per il PD al ballottaggio: se da una parte non ha dato appoggio formale a Merola abbiamo visto che non sono mancate le indicazioni di voto dirette a “titolo personale” e quelle indirette come la teorizzazione fatta da Martelloni di un “Merola avversario e Borgonzoni nemica”.

Dai giochi elettorali rimangono fuori invece quasi tutte le realtà del pur consistente movimento cittadino, emerso nel dibattito politico prevalentemente in occasione delle numerose visite di Salvini in città. Sono state le organizzazioni sociali e sindacali, il movimento di lotta per la casa e la (seppur discontinua) convergenza con settori di movimento e studenteschi a dare i più consistenti segnali di dissenso verso il primo cittadino. Dalle maestre ai lavoratori dei trasporti, dai facchini alle cooperative sociali, sono stati numerosi gli episodi di contestazione della giunta comunale, fino all’ultimo episodio di interruzione della chiusura della campagna elettorale PD da parte di attivisti e abitanti dell’Asia-Usb.

All’analisi del voto, utile a evidenziare le difficoltà del partito di Renzi, vanno aggiunte alcune considerazioni, specie territoriali. E’ tutta bolognese per esempio la caratteristica di essere una metropoli “poco compatta”, quasi un centro “senza periferie”, nel senso che la periferia della città metropolitana si estende su un ampio territorio includendo più di 50 comuni minori. Sono comuni che ovviamente non hanno partecipato al voto, pur essendo di fatto integrati in un unico sistema socio-economico, e il cui presidente è il Sindaco di Bologna. Un territorio, il nostro, che vede avanzati processi di integrazione e centralizzazione aziendale e una tenuta (relativa) dell’occupazione e della produzione, ancora alta nonostante la crisi, specie se confrontata con altre regioni come la Liguria e il Piemonte.

La sfida, quindi, oggi è quella di essere capaci di organizzare il malcontento diffuso nei quartieri e nelle aree popolari che vedono un crescente numero di precari e disoccupati; quartieri che subiscono tagli al welfare, ai servizi e le privatizzazioni, applicati senza remore nonostante i proclami dall’amministrazione comunale e regionale. Probabilmente per questo obiettivo si deve guardare anche fuori dal territorio del comune di Bologna, in quei dormitori per lavoratori, snodi della logistica e della produzione che compongono l’area metropolitana e regionale.

Se si vuole cogliere la necessità sempre più pressante di opporsi al massacro sociale, alla chiusura degli spazi democratici e di organizzazione popolare portata avanti dal PD per conto dell’Unione Europea, diventa sempre più urgente allargare il dibattito politico e intraprendere percorsi possibili comuni. La prima tappa è la costruzione della campagna per il NO al referendum del prossimo ottobre.

Obiettivo reso tanto più plausibile dal fatto che il PD esce con le ossa rotte da questa tornata elettorale in tutto il paese, e ne risentirà anche la nostra amministrazione cittadina, a maggior ragione se si costituirà un’alleanza fra i “sindaci ribelli” delle altre grandi aree metropolitane del paese. Risultato che oltre ai fattori locali e nazionali, risentirà anche dell’imprevedibilità degli avvenimenti internazionali e continentali, come vediamo dallo stesso referendum sulla Brexit.

Dando una prospettiva più ampia agli avvenimenti bolognesi, pensiamo di poter dire che, anche se la vecchia sinistra in città sembra essere rimasta ferma alle dinamiche dei decenni scorsi, eppure tutto intorno qualcosa si muove erodendo le basi del blocco di potere cittadino e metropolitano…non ce ne staremo di certo a guardare e porteremo il nostro contributo all’erosione.

Rete dei Comunisti Bologna

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