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L’Unibo complice del clima di insicurezza e paura su cui lucrano destre e padroni!

L’UniBo si lancia nel campo delle adunate repubblicane contro la barbarie dei giorni d’oggi nella prima fase di governo giallo-verde. Il 30 (ieri) qualcuno era a Roma per “L’Italia che non ha paura”, il giorno dopo qualcun altro in Piazza Verdi “prenderà posizione” contro razzismo e odio.

Non avevamo bisogno anche a Bologna dell’ennesimo richiamo al fronte unico contro quei mostri alla cui creazione hanno contribuito anche alcuni di coloro che saranno in zona universitaria.

Ci rammarica sapere che anche sinceri democratici abbiano messo un piede nella trappola tesa con questa apparentemente innocente iniziativa, la quale da sponda sul piano culturale all’operazione di maquillage di istituzioni responsabili della situazione attuale e di apparati di sinistra coinvolti fino all’osso nelle peggiori scelte che ci hanno portato allo scenario odierno.

Un’università che è sempre stata assoggettata, in maniera elegantemente cerchiobottista, alle pressioni dei circuiti politici ed economici più influenti della regione trasversali ai diversi colori politici, attenta a non lasciare mai scoperta la possibilità di utilizzare l’immagine del potente di turno in uno scambio di interesse reciproco.

Quando il professor Panebianco sulle colonne del Corriere della Sera esprimeva posizioni guerrafondaie e neocolonialiste – difendendosi dicendo che però a lezione rimaneva sempre su un piano più “neutrale” possibile – il Senato accademico sospendeva gli studenti che lo contestavano e Ubertini prestava il fianco. Quando Salvini, a suo modo sempre poco originale, definiva gli studenti e le studentesse che lo contestavano “delinquenti” e la celere intanto caricava, Ubertini gli stringeva la mano. È la stessa istituzione accademica che inaugura quest’anno la sedicesima edizione di uno stage – questo sì ben retribuito – in collaborazione con la NATO e che stringe accordi con le università israeliane complici dell’apartheid del popolo palestinese.

Cos’avrà da dire Ivano Dionigi, ex rettore dell’UniBo, con il curriculum da primo rettore in Italia ad aver applicato la Riforma Gelmini e che ha sempre preferito mostrare la faccia pulita da latinista piuttosto che mostrare la vera portata delle scelte di cui è stato fedelissimo esecutore? Come si può pensare di contrastare l’avanzata dell’odio con il modello UniBo?

Stiamo parlando di un modello che propone l’aumento della precarietà all’interno dell’università. Promuove quella competizione sfrenata fra studenti, che spesso puntano solo a maturare qualche altro credito in più in questo esamificio per poi alla fine accorgersi di avere solo il Carreer Day come sponda in un futuro senza lavoro, o che magari pensano che se va male si può sempre aprire una start-up. Soffia su una guerra in cui gli atenei lottano per accaparrarsi più fondi degli altri, così arrivano più fuorisede e aumento il prestigio da polo di serie A. Non si preoccupa di un problema abitativo studentesco risolto con studentati molto smart e internazionali da 700 euro al mese.

Spedisce la celere nelle biblioteche quando si protesta. Regala la zona universitaria agli interessi di chi vende cocktail a 7 euro in Via del Guasto come antidoto contro il vuoto culturale perpetrato per anni impedendo la libera affermazione della vitalità studentesca. Promuove a parole un argine al fascismo mentre giorno dopo giorno regimenta il suo funzionamento come quello di una caserma, chiudendo le possibilità di dissenso, normalizzando ogni voce fuori dal coro, rendendo di fatto impossibile che si faccia ricerca fuori dai binari, rendendo sempre più difficile la fruibilità degli spazi per attività extracurricoloari.

Se il paradigma è quello dello smarrimento e dell’insicurezza di un presente sempre troppo incerto per noi studenti, non vediamo come si possa fermare la marea nera partendo da queste chiamate dell’UniBo.

La risposta che vogliamo non sta certo in una maggiore sicurezza per le strade fatta di polizia e daspo urbano, e nemmeno in un’elitarizzazione che “ripaga” soltanto chi se lo “merita” perché i soldi, la geografia o il caso lo hanno spinto ad iscriversi nella Bologna dall’individualismo più sfrenato.

È in tutti questi modi che si è preparato per anni, passo dopo passo, il deserto in cui vogliono far morire ogni ipotesi di redistribuzione e di possibilità di lottare e organizzarsi collettivamente per non accontentarsi di briciole. Sono quelle stesse briciole rimaste l’unico obiettivo a cui si punta, a costo di escludere il migrante e il nero, ma anche il vicino o la vicina di banco, il collega o la collega di lavoro o chiunque ci si trovi accanto in questo presente di miseria.

Questo è il terreno su cui Salvini ha preso consenso: Salvini è il frutto marcio di un albero malato che dobbiamo mettere in discussione dalle radici. Solo la presa di coscienza collettiva potrà farlo: essa cresce nel conflitto sociale, nella comune organizzazione di ciò che si presenta diviso e anche nei momenti di rottura in cui far saltare il tappo dell’ipocrisia.

Proprio su questa necessità di rilancio politico controcorrente non rimarremo in silenzio se si dovesse confermare la presenza del ministro degli interni Matteo Salvini a Bologna il 5 ottobre, e promuoviamo venerdì 12 ottobre, all’interno dello Scollegati Fest, un’assemblea studentesca con diversi ospiti dal titolo: La guerra tra poveri la vincono i ricchi. Ore 18.00 – Piazza Scaravilli.

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