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Ferrara. Il governo vuol costruire un CPR nell’ex Aeroporto militare

Ferrara è stata scelta dal governo Meloni come uno dei possibili siti dove costruire un CPR, uno dei nuovi lager per migranti, centri di detenzione che l’esecutivo vuole aprire almeno uno per Regione (oggi ne esistono 10 in tutta Italia), e che a quanto pare saranno realizzati – a meno di energiche proteste – in caserme o aree militari dismesse, isolate dalla collettività e facilmente sorvegliabili, per aumentare il processo di ghettizzazione delle persone che vi finiscono all’interno.

I Centri di permanenza per il rimpatrio, in passato denominati CIE e CPT (ideati, ricordiamocelo, nel 1998 dal centro-sinistra tramite la legge Turco-Napolitano che per prima legalizzò la detenzione amministrativa per migranti in Italia) entrano a far parte, tramite il “decreto Sud” del governo (decreto legge 124 del 19 settembre 2023), delle “opere destinate alla difesa nazionale a fini determinati”, al pari di aeroporti, basi missilistiche, depositi di munizioni, caserme, basi navali. Tra l’altro assieme e agli hotspot e ai Centri di accoglienza.

Al ministero della Difesa, a cui verrà destinato un fondo di 20 milioni di euro per la progettazione e realizzazione del piano straordinario per l’individuazione delle aree che dovranno ospitare i nuovi CPR, è stato dato mandato di realizzare le nuove strutture “nel più breve tempo possibile”: se ne occuperà il genio militare, che potrà adottare le procedure “in caso di somma urgenza e di protezione civile”, previste dal nuovo Codice degli appalti, con l’impiego delle Forze armate e avvalendosi di Difesa Servizi spa.

Viene anche autorizzata la spesa di 1 milione di euro annui dal 2024 quale contributo al funzionamento delle strutture. L’ultima finanziaria del governo Meloni aveva già stanziato 42,5 milioni di euro per i prossimi tre anni per l’ampliamento dei CPR.

I progetti per realizzare queste strutture, secondo alcune indiscrezioni trapelate su alcuni giornali, si ispirerebbero ai progetti circolari a moduli tipici del Panopticon. modello carcerario, la cui ideazione si deve nel 1791 al filosofo e giurista Jeremy Bentham.

Il concetto della progettazione è di permettere a un unico o pochi sorveglianti di poter osservare (opticon) tutti (pan) i reclusi in una istituzione totale senza permettere a questi ultimi di capire in quale momento siano controllati o no.

Ciò serviva per alimentare la sensazione di essere sempre potenzialmente controllati e, conseguentemente, quella di debolezza nei confronti di un potere percepito come pervasivo.

In Italia un carcere che aveva caratteristiche simili è stato quello di Santo Stefano, in uso in Italia durante la monarchia e il fascismo, che vide tra i suoi reclusi l’anarchico Gaetano Bresci, suicidato in cella dai secondini, e durante l’epoca fascista anche Sandro Pertini, il futuro presidente della repubblica. Il carcere di Santo Stefano è stato chiuso solamente nel 1965, in piena Repubblica, ma oggi c’è chi vorrebbe una sua riedizione attraverso i CPR.

Gli edifici che comporranno i CPR saranno disposti dunque a cerchio. Sarà costituito da un nucleo centrale, composto da moduli abitativi ognuno da 2,4 metri per 6 di altezza, assemblati tra loro. Alle spalle di uno dei lati del panopticon saranno realizzati gli altri locali, sempre con prefabbricati: lo spazio per la polizia di stato, quello per il corpo di guardia, quello per i vigili del fuoco, un altro ancora per il personale dell’azienda che otterrà la gestione del centro.

La proposta è di rinforzare ogni modulo abitativo (ovvero gli alloggi per i reclusi) con delle blindature per renderli più resistenti a eventuali rivolte. Saranno “blindati” come le “celle di sicurezza” e anche “i serramenti saranno del tipo di sicurezza penitenziario”. I CPR previsti dovranno ospitare dalle 120 alle 300 persone.

Almeno nove sono i comuni che sarebbero stati individuati per i progetti di fattibilità, preliminari alla realizzazione dei nuovi CPR: Bolzano, Diano Castello, provincia di Imperia, Albenga, nel savonese, Aulla, provincia di Massa Carrara, Falconara Marittima, nelle Marche, Catanzaro, in Calabria, Castel Volturno, in Campania, Brindisi, in Puglia. E appunto Ferrara.

Con una lettera indirizzata al governatore della regione Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha richiesto una valutazione di fattibilità che mira a decidere sull’opportunità di aprire un CPR nella città di Ferrara. Si parla della zona dell’ex aeroporto militare: “All’esito della ricognizione effettuata sul territorio nazionale – si legge nella missiva inviata a Bonaccini – per quanto attiene all’Emilia-Romagna, è stata presa in considerazione l’area dell’ex aeroporto militare di Ferrara”.

Per Ferrara è previstauna struttura super protetta, non di semplice accoglienza, ma con determinate caratteristiche di sicurezza. Il cordone di sicurezza dovrà essere organizzato anche fuori dal centro con sistemi di videosorveglianza e di rafforzamento della presenza della forze dell’ordine e militari, destinati a tenere sotto osservazione l’area”.

Ecco le parole del sindaco di Ferrara, il leghista Alan Fabbri, il lizza per la riconferma alle prossime elezioni di giugno 2024, e prontamente divenuto sostenitore del progetto dopo che inizialmente era parso cadere dalle nuvole, avendo fatto sapere di non aver mai dato la sua disponibilità, definendo addirittura la notizia come infondata:

Sono in corso a livello nazionale gli studi di fattibilità per i nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), strutture di sicurezza contro l’immigrazione clandestina (non centri di accoglienza). Ferrara, mi è stato ufficializzato in queste ore, è tra i territori potenzialmente interessati e questo ci consentirà anche di poter chiedere di avere immediato e diretto accesso al sistema di espulsione di soggetti pericolosi per il nostro territorio ferrarese. Siamo in costante contatto con il ministero dell’Interno e seguiamo insieme questo percorso”.

Prosegue il sindaco, dicendo una cosa non vera: “I Cpr sono centri, vigilati e protetti, per allontanare i soggetti che hanno sentenze di condanna e sono ovviamente protetti dal contesto cittadino. Dai centri non potranno ovviamente uscire (se non per essere accompagnati alla frontiera da parte delle forze dell’ordine): al loro interno infatti vengono trattenuti i migranti in attesa di espulsione”.

Parliamo di persone tolte dalle strade, dove continuano a creare problemi di sicurezza – riprende il sindaco – e che saranno messe in condizioni di non nuocere e non certo, come accadeva in passato, luoghi aperti, magari nel pieno di centri abitati, in cui gli immigrati clandestini venivano abbandonati ai Comuni”.

La cosa è falsa, perché le persone recluse in quell’inferno che sono i CPR non hanno commesso alcun reato, se non quello di non essere italiani. Sono persone “trattenute” non perché abbiano commesso un reato penale, come lascia intendere il sindaco della Lega, ma per motivi amministrativi, in attesa dell’espulsione perché considerati irregolari (ovvero senza il permesso di soggiorno, o con permesso di soggiorno scaduto per la perdita del lavoro).

Formalmente per la legge non sono persone detenute, e se riescono a scappare non possono essere accusate del reato di evasione.

In Italia, si diventa irregolari per motivi burocratici, ad esempio perché si è perso il lavoro (la legge Bossi-Fini, che sostituì la Turco-Napolitano in materia di immigrazione, lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro) o perché la propria domanda di asilo è stata respinta, o per altri motivi che non hanno a che fare con la sbandierata “pericolosità sociale”.

Prova ne è che se si commette un reato non si finisce nel CPR ma in un carcere. La pericolosità di cui parla Alan Fabbri, è presunta dal solo fatto che i soggetti non sono italiani. Si tratta, in pratica, di discriminazione!

Nei CPR si è detenuti a tutti gli effetti, privati della libertà personale e sottoposti ad un regime coercitivo che nega la libertà di movimento, impedisce di ricevere visite e addirittura di far valere il diritto alla difesa legale. I tempi di durata massima della detenzione sono diventati sempre più lunghi: nel 1998 erano di 30 giorni, nel 2023 sono diventati di 18 mesi.

Nei CPR non è inconsueto che si verifichino vessazioni da parte dei gestori privati e vere e proprie brutalità messe in campo dagli agenti di sorveglianza. La normalità in quei luoghi è fatta da cibo scadente e avariato, massiccio uso di psicofarmaci per sedare le possibili rivolte, condizioni igieniche terribili, episodi di autolesionismo e suicidi, gravi ripercussioni sul piano fisico e psichico.

Ma i CPR non sono solo dei luoghi di segregazione intollerabili, sono anche un business per chi li gestisce. Il costo complessivo del sistema detentivo per stranieri è stato di oltre 52 milioni di euro nel periodo 2018-2021, il 72% dei quali non a caso relativi a pagamenti erogati agli enti gestori (https://trattenuti.actionaid.it/).

Che diventano più di 56 milioni nel solo triennio 2021-2023 (come si vede da questo Reporthttps://cild.eu/blog/2023/06/08/laffare-cpr-un-sistema-che-fa-gola-a-detrimento-dei-diritti/). A ottenere gli appalti sono spesso le grandi multinazionali della detenzione, proponendo importanti ribassi sui prezzi con il rischio di gravi violazioni dei diritti fondamentali delle persone.

Parliamo di grosse imprese come la società Ors (Organisation for Refugees Service), che gestisce un centinaio di strutture sparse tra Svizzera, Austria, Germania e Italia (come i Cpr di Ponte Galeria a Roma e quello di Torino), coop come Ekene (Cpr di Gradisca e Macomer), la Engel Italia srl – Martinina, proveniente dal settore turistico-alberghiero (Cpr di Palazzo San Gervasio a Potenza e via Corelli a Milano) e la multinazionale francese Gepsa (che in passato ha gestito vari centri in Italia).

Tutte, per un motivo o per l’altro, al centro di scandali e brutti episodi concernenti la gestione di questi posti infami.

Sempre nel periodo 2018-2021, sono stati spesi quasi 15 milioni di euro per costi di manutenzione, il 62% dei quali per interventi straordinari legati a rivolte e danneggiamenti da parte dei trattenuti, grazie alle quali si sono potute registrare chiusure totali o parziali di alcuni CPR.

Proprio per questo il governo Meloni ha recentemente avviato l’iter di conversione in legge di una nuova fattispecie di reato, quello di “rivolta in carcere” esteso anche ai CPR e ai luoghi di detenzione amministrativa per migranti.

La norma punisce “chiunque, all’interno di un istituto penitenziario”, organizza o promuove una rivolta “mediante atti di violenza o minaccia, tentativi di evasione, di resistenza anche passiva all’esecuzione degli ordini impartiti, commessi o posti in essere in tre o più persone riunite”.

La pena è da 2 a 8 anni di reclusione (da 3 a 10 anni se nel corso della protesta di usano delle armi) e per chi si limita a partecipare alle proteste, va da 1 a 5 anni. Non solo: il reato potrà essere contestato anche a chi verrà indicato come istigatore, anche con semplici messaggi scritti dall’esterno. Una norma espressamente inventata per colpire la solidarietà espressa da parte dei movimenti antirazzisti e da compagne e compagni solidali.

La realizzazione di nuovi CPR, l’allungamento a settembre del tempo di trattenimento negli stessi da tre a diciotto mesi, la stretta alla protezione speciale con restrizioni ai permessi di soggiorno per calamità e a quelli concessi per cure mediche, le limitazioni per la concessione della protezione internazionale e la velocizzazione delle espulsioni anche senza convalida del giudice di pace (Decreto Cutro), l’accordo con il governo albanese del “socialista” Edi Rama per costruire due centri di reclusione nel porto di Shengjin in Albania sotto amministrazione italiana (secondo i piani operativi entro primavera 2024), sono tutte parti di una stessa strategia che proviene da una intolleranza ideologica nei confronti delle persone in transito che si ritrovano, per diversi motivi, a dover abbandonare le loro case e i luoghi natii. Spesso operazioni strumentali per aumentare il proprio consenso politico.

In più i CPR portano con sé anche una militarizzazione dei territori. Sempre il sindaco di Ferrara ammette che “qualora dovesse realizzarsi nel territorio ferrarese, il Cpr porterà realisticamente il potenziamento della presenza di forze dell’ordine”.

Non un problema, anzi, per tutti quegli “onesti” e “rispettabili” cittadini medi ferraresi che, invece di protestare per l’inumana persecuzione delle persone rinchiuse nei CPR, minacciano barricate razziste contro l’ipotesi di un CPR nella loro zona perché considerato un pericolo per la tranquillità e il decoro del quartiere, o perché preoccupati che il valore delle loro case sul mercato diminuisca.

Se l’umanità sembra eclissarsi, si registrano invece allarmi di questo tenore: “portiamo qui i nostri figli e nipoti a giocare e non vogliamo pensare di poter correre il rischio di avere persone che scappino da una prigione e trovarcele qui in giro. Sono terrorizzata”.

Meglio tenerli ben rinchiusi, questi strani esseri che provano a fuggire da una gabbia in cui lo Stato li ha imprigionati senza una ragione, e chissenefrega di quello che accade dall’altra parte del muro. “Se è ben controllato per carità, abbiamo tutti un cuore ma sarei più propensa ad aiutarli a casa loro”.  …Se questo è un aiuto. 

Per fortuna esistono anche persone che sanno ancora ragionare e dare un senso alla loro umanità: “i CPR non devono esistere ne qua ne da nessun’altra parte”.

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