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Messico. Prigionieri politici in sciopero della fame

Otto detenuti politici rinchiusi in diverse carceri di Città del Messico più una parente solidale sono in sciopero della fame dallo scorso 27 giugno. Denunciano gli abusi di guardie e autorità penitenziarie e le pessime condizioni in cui è costretta a vivere la popolazione carceraria nelle prigioni della capitale messicana, dove tortura ed estorsione, per fare solo due esempi, sono all’ordine del giorno.

Non è la prima volta che persone ingiustamente incarcerate scelgono questa drastica forma di lotta per reclamare la loro libertà e per cercare di attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sul drammatico stato in cui versano i reclusori della capitale. Anche in questo caso, a protestare sono detenuti che si trovano in carcere in quanto vittime dell’uso repressivo della giustizia portato avanti dalle autorità di governo a livello locale e nazionale. Un uso repressivo che è aumentato drasticamente a partire dall’inizio delle amministrazioni di Peña Nieto e Mancera, rispettivamente, presidente del Messico e sindaco della capitale.

Per quanto riguarda quest’ultima, solo nel corso del 2014 il Comité Cerezo, associazione per la difesa dei diritti umani, ha documentato 427 detenzioni per motivi politici. Si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi, di persone fermate arbitrariamente durante manifestazioni e iniziative di protesta o al margine delle stesse. A livello nazionale, poi, sono centinaia gli attivisti e le attiviste che si trovano dietro le sbarre a causa di accuse assurde e processi farsa.

I reclusi in lotta sono Jaqueline Santana, Bryan Reyes, Jessi Montano, Fernando Bárcenas, Luis Lázaro, Julián Barrón, Irwin García, José Hernández, accompagnati da Wendy Reyes, sorella di Bryan, che sostiene la lotta da fuori. Gli otto detenuti hanno costituito nei mesi scorsi il Coordinamento Informale dei Detenuti in Resistenza (CIPRE per la sigla in spagnolo), iniziando azioni di protesta  e disobbedienza civile all’interno delle carceri e subendo, proprio per questo, vessazioni e punizioni da parte delle autorità, che vanno dalla negazione dei colloqui con i familiari fino all’isolamento e ai pestaggi.

Significativamente, lo sciopero della fame è iniziato il 27 giugno, cioè in concomitanza con le mobilitazioni per i nove mesi dalla strage di Iguala, che a Città del Messico sono durate per due giorni, con un corteo seguito da un presidio di 43 ore; una per ogni studente desaparecido lo scorso 26 settembre durante l’assalto di polizia locale e narcos ai danni degli alunni della scuola normale Isidro Burgos di Ayotzinapa, che ha provocato la morte di 6 persone.

Con un comunicato i detenuti annunciano l’inizio dello sciopero della fame denunciando i maltrattamenti e gli abusi che sono una costante nei penitenziari cittadini. Nel testo, il CIPRE parla di sovrapopolazione carceraria, estorsioni, pestaggi e torture sistematici, nonché di arricchimento illecito da parte di alcuni funzionari attraverso lo sfruttamento dei detenuti e la prostituzione delle recluse in diversi penitenziari.

Il quadro è reso ancor più fosco dalla complicità con le amministrazioni carcerarie della Commissione per i Diritti Umani della capitale (CDHDF) e delle unità mediche interne, le quali, lungi dal fare il proprio dovere, tacciono rispetto agli abusi e alle irregolarità commesse da guardie e funzionari. Il CIPRE denuncia inoltre che i suoi membri hanno subito pressioni e minacce affinché interrompessero lo sciopero della fame.  

I casi dei detenuti in questione sono indicativi del clima repressivo che si vive in terra messicana. I più emblematici sono senz’altro quelli di Jaqueline Santana, Bryan Reyes, Jessi Montano e Fernando Bárcenas, arrestati perché noti alle autorità per il loro attivismo all’interno dei movimenti che si sono sviluppati negli ultimi anni contro il governo di Peña Nieto e le cosiddette riforme strutturali.

Bryan e Jaqueline, studenti universitari di 22 e 28 anni rispettivamente, sono in carcere dallo scorso 15 novembre. Il loro caso è assai preoccupante, nel senso che il loro arresto è stato in realtà un tentativo fallito di sparizione forzata, come denunciato dai parenti e dagli avvocati. In effetti, i due attivisti e artisti del collettivo Acampada Revolución, sono stati fermati da 14 poliziotti in borghese senza mandato di cattura appena fuori dalla casa di Bryan. I due, che hanno opposto resistenza agli agenti che cercavano di farli salire a forza su due automobili, sono riusciti a richiamare l’attenzione dei passanti e di un poliziotto della capitale che passava di lì per caso, e che ha costretto gli elementi della polizia federale ad identificarsi.

Ci sono vari elementi a sostegno di questa tesi: il modus operandi degli agenti in borghese ricorda quello caratteristico delle sparizioni forzate, ed è lo stesso che sarà usato una settimana dopo nei confronti di un altro studente, Sandino Bucio, membro dello stesso collettivo, il cui tentato sequestro da parte di federali in borghese viene filmato da diversi passanti e fa immediatamente il pieno di visualizzazioni, facendo montare l’indignazione e frustrando così il tentativo di sparizione forzata. Inoltre, proprio il giorno prima dell’arresto, i due avevano denunciato di essere seguiti e vigilati da individui che gli sembravano poliziotti.

In tutti i casi, gli studenti vengono arrestati in maniera illegale. Infatti, l’accusa, cioè di aver cercato di derubare un agente di polizia armati di un coltello da cucina (sic), arriva solo in un secondo momento.

Lo scorso 22 giugno, un giudice ha riconosciuto l’inconsistenza delle accuse concedendo un amparo, misura giuridica traducibile come una protezione, nei confronti dei musicisti, i quali, nonostante ciò sono ancora rinchiusi nel Reclusorio Norte e nel carcere di Santa Marta Acatitla, e potranno uscire soo nel caso l’accusa decidesse di non fare appello.

Per quanto riguarda l’attivista Jesse Montaño, detto Jamspa, si trova in carcere dall’estate scorsa. È stato arrestato il 12 giugno, in occasione dell’inaugurazione dei mondiali, quando, approfittando della struttura metallica del maxischermo, ha rovinato la festa al sindaco della capitale, collocando uno striscione con la scritta “Mancera repressore” e “Libertà per i detenuti politici”. Una volta sceso, è stato picchiato da un gruppo di celerini e, dopo alcune ore in cui familiari e avvocato non hanno saputo nulla di lui, è stata comunicata la sua detenzione nel Reclusorio Sur.

Al momento dell’arresto anche Jamspa era già conosciuto per il suo attivismo, ed era perfino finito sui mass media (dove è sempre stato dipinto come un pericoloso vandalo) per aver scalato diversi monumenti della città affiggendo striscioni a sostegno delle lotte contro le riforme strutturali o l’aumento del prezzo della metro. Le sue scalate militanti terminavano sempre con il suo fermo e la relativa criminalizzazione mediatica. Insomma era una faccia nota per aver partecipato alle mobilitazioni del 2012 e del 2013 e in più, grazie al lavoro dei media, era facilmente stigmatizzabile.

L’arresto del 2014, tuttavia,  non si deve alla sua ennesima scalata, ma alle accuse che risalgono al primo settembre del 2013, giornata in cui migliaia di persone riempirono le piazze della città durante la prima relazione annuale al congresso del presidente Peña Nieto. La protesta terminò con aggressioni poliziesche e arresti arbitrari. Jamspa, che venne fermato, è accusato di “porto di oggetti atti ad aggredire”, oltraggio a pubblico ufficiale e possesso di marijuana.

Il processo, che ha affrontato fuori dal carcere, si è svolto tra molte irregolarità ed è giunto all’appello con una condanna a sette anni e sette mesi. La sentenza, tuttavia, si fonda unicamente su quanto testimoniato dai poliziotti, secondo i quali, per esempio, il megafono che l’attivista aveva in mano durante il fermo era invece una bomba incendiaria. Secondo la difesa, in sostanza, mancano le prove concrete con cui sostenere l’accusa e, se questo non bastasse, la procura ha stranamente deciso di non visionare né i video girati dai cittadini né quelli registrati dalle telecamere della zona, i quali avrebbero smentito le imputazioni.

Nelle ultime settimane, Jamspa, sottoposto ad un regime di isolamento, ha denunciato di essere stato pestato dalle guardie penitenziarie per essersi rifiutato di indossare l’uniforme nell’ambito delle attività di protesta svolte dal CIPRE. Dal punto di vista giuridico, invece, l’attivista è in attesa che il tribunale detti una sentenza rispetto alla richiesta di amparo.

Infine abbiamo il caso di Fernando Barcenas, detenuto dal 13 dicembre 2013. Venne fermato alla fine di un corteo contro l’aumento del biglietto della metro. Il ventenne studente-lavoratore e musicista è accusato di aver incendiato l’albero di natale di una multinazionale ed è stato condannato in primo grado a cinque anni e nove mesi per attacco alla pace pubblica e associazione a delinquere.

Anche in questo caso, le irregolarità processuali sono molte, a partire dall’arresto che è  avvenuto vicino ad una fermata della metropolitana, ossia a qualche km dai fatti, durante la consueta caccia all’uomo post-corteo. L’unica prova in mano agli inquirenti è un video nel quale non si riescono ad identificare bene i soggetti inquadrati. A tutto ciò vanno aggiunte le torture e le umiliazioni subite dalle guardie, oltre il fatto che durante le prime settimane del processo il giovane non ha potuto essere difeso da un avvocato.

Per ultimo va segnalato che lunedì 6 luglio, un presidio di familiari e compagni dei detenuti che si teneva di fronte agli uffici del pubblico ministero che si occupa di uno dei casi è stato aggredito da una sessantina di celerini che hanno arrestato sei persone, tra cui due mediattivisti. Nel corso della giornata, tuttavia, sono stati liberati tutti i fermati, due dei quali, liberati alle 6 del mattino del giorno successivo, hanno dovuto pagare una cauzione di circa 1500 euro.

Quanto succede nella capitale, come detto, non è affatto un’eccezione, negli ultimi anni infatti, soprattutto nei periodi di effervescenza sociale, le armi degli arresti e della repressione sono stati usati a livello nazionale dove basta dare fastidio al potente di turno -dal sindaco al governatore, dall’impresario locale alla multinazionale- od opporsi al saccheggio del territorio in atto in gran parte del Paese per essere rinchiusi e condannati, alla faccia del giusto processo e dello stato di diritto.

P.S.: evidentemente la pressione prodotta dalla lotta dei detenuti e dalle mobilitazioni esterne, sia online che di piazza, sta producendo effetti. È di pochi minuti fa, infatti, la notizia della liberazione di Jaqueline e Bryan, il che significa che la procura ha desistito dal fare appello. Ora si tratta di fare uscire tutti gli altri e tutte le altre.

* da Città del Messico

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