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La Polonia reazionaria e la “multivettorialità” della Bielorussia

Cominciamo coi fatti. Come riportato anche da Contropiano, nei giorni scorsi la polizia polacca, agli ordini di un regime reazionario e sanfedista che fa invidia a Torquemada, ha fatto ampio uso di idranti contro i profughi che si avvicinavano al filo spinato del confine: le conseguenze non erano difficili da immaginare.

Nella notte del 18 febbraio 1945, i nazisti avevano fatto la stessa cosa col generale sovietico Dmitrij Karbyšev, a Mauthausen; ora si tratta di donne e bambini che fuggono dalle conseguenze delle “guerre umanitarie” liberali.

Più che ovvia la semplice constatazione di Vladimir Putin, che ha ricordato come nel 2014 Varsavia avesse ammonito il presidente ucraino Viktor Janukovič a non ricorrere, nei confronti della popolazione civile, ai mezzi che oggi la Polonia usa contro civili di paesi terzi.

Da Varsavia arrivano però non solo notizie drammatiche, ma anche curiose: il leader del partito KORWiN (Coalizione per il Rinnovamento di Repubblica, Libertà e Speranza) Janusz Korwin-Mikke ha accusato il partito di governo PiS (Diritto e Giustizia) di essere al soldo del Cremlino e di aver spinto la Bielorussia nelle braccia di Mosca con la propria politica nei confronti dei migranti. In passato, ha detto Korwin-Mikke, si poteva sinceramente definire Lukašenko “politico pro-polacco”; dopo, però, è stato attaccato da Varsavia.

Anche quando Trump aveva inviato Pompeo a sostenere il Presidente bielorusso, il governo polacco aveva continuato a eseguire gli ordini di Mosca, vale a dire «condannare Lukašenko, costringendolo così a entrare nella confederazione con Mosca».

Secondo Korwin-Mikke, fu l’appoggio polacco alle proteste in Bielorussia a spingere Lukašenko a opporsi a Varsavia. Ora, è arrivato «definitivamente a odiarci e ha iniziato a vendicarsi. Ecco da dove sono venuti questi migranti. E ora è successo quanto temevo da 20 anni… il 4 novembre sono stati firmati 28 accordi nell’ambito dello Stato dell’Unione… la Bielorussia si unisce alla Federazione Russa».

Korwin-Mikke si spinge oltre e arriva a dire che scopo della crisi migratoria è quello di mettere in secondo piano l’inglobamento russo della Bielorussia; dunque, a proposito del presidente del partito PiS, sentenzia: «i casi sono due: o Jarosław Kaczyński è un cretino politico, oppure è un agente russo. Finora pensavo che, essendo un pessimo stratega, fosse un genio della tattica. Ora non so se sia davvero così».

Grosso modo sulla stessa lunghezza d’onda, Colonelcassad nota come già nel 2020 fosse evidente che, partecipando ai tentativi di rovesciare Lukašenko, la Polonia stessa contribuisse a liquidare il segmento occidentale della multivettorialità bielorussa: segmento oggettivamente più vantaggioso per l’UE che non per Russia.

Oggi è ridicolo anche solo ricordare come, nel periodo precedente alle elezioni del 2020, la Bielorussia discutesse abbastanza operativamente della possibilità di ampliare l’ambasciata USA a Minsk e di ottenere vari prestiti UE, che consentissero a Bats’ka-Lukašenko di continuare a bilanciarsi tra centri di forze diverse, giocando sulle contraddizioni tra i giocatori più potenti.

Coloro che hanno cominciato la campagna tesa a rovesciare Lukašenko, di fatto hanno distrutto l’equilibrio da lui costruito.

Oggi, di quel vettore occidentale non rimangono che rovine; il vettore cinese non è sufficiente (interessata alla partnership con la Russia, difficilmente Pechino intraprenderà dei passi contro gli interessi di Mosca in Bielorussia) e dunque le posizioni di Lukašenko nei confronti di Mosca si sono indebolite, così che egli ha dovuto fare concessioni, soprattutto in campo economico, che hanno portato all’accrescimento dell’integrazione tra i due paesi.

Chiaro scrive Colonelcassad, che, se un anno fa Lukašenko fosse stato rovesciato e al suo posto fosse stata messa la stipendiata Tikhanovskaja, insieme a tutta l’accozzaglia che oggi vaga tra Varsavia e Vilnius, la Bielorussia sarebbe ora sul lato occidentale della cortina di ferro: in quel caso, tutti avrebbero parlato del geniale gioco di Kaczyński.

Di fatto, è successo l’opposto, col risultato che la Polonia raccoglie ora i frutti del fallimento, spingendo Lukašenko verso la Russia e ritrovandosi il problema dei migranti: «così, tanto per ricordare il prezzo delle avventure per rovesciare i regimi nei paesi vicini».

Scontata invece la tesi yankee: nell’incontro con l’omologo polacco Zbigniew Rau, il Segretario di stato Antony Blinken ha accusato Mosca di imbastire provocazioni contro l’Ucraina e ha incolpato Minsk di coprire i piani russi, sul piano dell’informazione, con la crisi dei migranti.

Persino dei superpatrioti quali i commentatori di The National Interest, nota Vladimir Pavlenko su IARex, negano che ci sia alcun legame tra i rapporti russo-ucraini e la situazione polacco-bielorussa.

Ma Varsavia ha subito obbedito agli ordini di Blinken: il primo ministro polacco Tadeusz Morawiecki si è spinto a dire che per trent’anni «tutto è rimasto calmo», ma ora Lukašenko e la Russia «hanno organizzato tutto».

In realtà, da tre decenni, a Ovest si continua a parlare di assenza di quiete e si afferma che la linea di contatto tra NATO e ODKB (Organizzazione del trattato per la sicurezza collettiva: Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia, Tadžikistan) passa lungo il confine polacco-bielorusso ed è «fonte di tensione».

Proprio con tale “motivazione” si continua a giustificare l’allargamento della NATO. È probabile che ora a Varsavia temano di ritrovarsi in prima linea.

C’è comunque da dire che, a dispetto delle precedenti dichiarazioni ufficiali ucraine, secondo cui non ci sono movimenti russi alle frontiere e non ci si prepara a nessun attacco, Londra mette a punto un corpo di spedizione di 600 uomini con destinazione l’Ucraina, mentre Washington mantiene la linea bellicista sulla questione di Taiwan: dunque, cosa si sta preparando, dietro la crisi dei disperati al confine polacco-bielorusso?

È di nuovo Vladimir Pavlenko a ricordare come tutte queste aree di tensione – Baltico, Ucraina e mar Nero, Caucaso, Estremo oriente, e addirittura le nuove spinte giapponesi sulle Kurili, ecc. – si siano ri-attivizzate dopo l’uscita USA dall’Afghanistan: non a caso, si era subito parlato non di “fuga”, ma di riposizionamento delle forze yankee in aree più prossime ai loro “interessi vitali”.

E l’area che, al momento, viene posta in primo piano, anche perché investe direttamente i sacri “confini UE”, è per l’appunto quella est-europea, in cui si concentrano ora gli interessi di USA, UE e Russia, mascherati – e nemmeno tanto bene – dietro gli anatemi contro “l’ultimo dittatore d’Europa” e le giaculatorie sul dramma di migliaia di disperati che chiedono pace e lavoro.

In cos’altro erano occupate le prefiche liberal-europeiste, che ora fingono di commuoversi, quando le forze dei paesi NATO e UE, Polonia compresa, davano manforte agli USA a distruggere le terre di quei profughi?

Per il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, è ora «straziante vedere un bambino morire di freddo alle porte d’Europa»; ma forse non era così angoscioso per i parlamentari di Bruxelles veder morire decine di bambini sotto le bombe euro-atlantiche in Siria o in Afghanistan, o i bambini dilaniati dalle artiglierie ucraine negli asili, nelle scuole, nei villaggi del Donbass.

Insomma, di cosa parla Varsavia?

Secondo il polonista Stanislav Stremidlovskij, la Polonia sta oggi giocando in contemporanea su diverse scacchiere politiche. Il coinvolgimento di sempre nuovi attori nella crisi dei profughi, che inizialmente sembrava un affare esclusivo tra Varsavia e Minsk, pone all’ordine del giorno il ripensamento dell’architettura della sicurezza nell’intera regione.

Per il politologo polacco Grzegorz Matea «sembrano modeste le chances di risolvere il conflitto a livello polacco-bielorusso», ragion per cui «devono entrare in campo altri giocatori: UE da un lato, e Russia dall’altro, altrimenti si arriverà a un’escalation della tensione».

A prima vista, osserva Stremidlovskij, sembra che Varsavia non sia interessata all’entrata in gioco di Mosca, e i media polacchi filo-governativi temono che Berlino e Parigi riconoscano al Cremlino il ruolo di intermediario che «potrebbe contribuire a mettere sotto controllo il pazzo dittatore bielorusso» invece che quello di «principale parte in causa».

È per questo che a Varsavia hanno seguito attentamente le dichiarazioni di Putin, a proposito della necessità di tener conto degli interessi di Bielorussia, Polonia e dei principali paesi UE, in particolare la Germania.

E il colloquio telefonico tra Aleksandr Lukašenko e Angela Merkel del 17 novembre ha dimostrato che Mosca ha risposto picche alle proposte di fungere da intermediaria e ha indirizzato gli europei direttamente al leader bielorusso. Così che, stando alle parole del Bats’ka, lui e Merkel sono giunti alla conclusione comune che una escalation alle frontiere, «nonostante qualcuno la voglia, finanche allo scontro diretto» non è necessaria né alla UE, né alla Bielorussia.

Sul problema dei profughi, ha detto Lukašenko, UE e Bielorussia hanno «visioni diverse» e a Bruxelles «non sanno assolutamente che non siamo noi a farli venire qui» i migranti (su questo, ci sembra lecito non essere così sicuri come sembra esserlo Bats’ka); «cioè, noi non raccogliamo profughi da tutto il mondo per portarli in Bielorussia, come la Polonia racconta alla UE».

A prima vista, Mosca sembra posizionarsi al di sopra dello scontro, spingendo per il formato Berlino-Minsk, che lascia fuori Varsavia. Ora, però, commentando le parole di Putin, dalla Presidenza polacca si afferma che la crisi debba esser risolta con la partecipazione di Minsk, ed è interessante che un altro rappresentante della Presidenza, con cui il partito di governo “PiS” ha rotto i ponti da tempo, sia in questi giorni a Mosca.

Grosso modo la stessa situazione tedesca, in cui i cristiano-democratici, d’accordo con la loro von der Leyen, sono per la linea dura nei confronti di Minsk, mentre parte dei social-democratici chiede che Varsavia ammetta al confine le organizzazioni umanitarie.

Significativo anche il fatto che, stando alle dichiarazioni polacche, i responsabili degli esteri, Rau e Blinken, siano in contatto permanente: non a caso, dalla frontiera bielorussa transita il 10% dell’export cinese verso l’Europa e il blocco polacco della frontiera potrebbe esser visto come strumento perché Pechino faccia pressione su Mosca.

Ricapitolando: la Polonia non è interessata a sospendere gli scambi con Pechino, al contrario degli USA, ansiosi di interrompere gli scambi tra UE e Cina, per cercare di incrinare il formato “17+1” (Europa centrale e orientale + Cina) e spingere gli europei ad accrescere i rapporti con Taiwan.

Si tratta ora dunque di vedere quanto Varsavia sia disposta, o meno, a ritagliarsi un pezzetto di autonomia da Washington. Mosca e Minsk ne sarebbero tutt’altro che scontenti.

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