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Apple e Foxconn guardano all’India per sganciarsi dalla Cina

In un clima di scontro strategico aperto tra Washington e Pechino, la spinta alla rilocalizzazione delle filiere per ridurre la dipendenza dalla grande «fabbrica del mondo» cinese indirizza anche le scelte di Apple e Foxconn. I due colossi stanno infatti cercando di diversificare i siti di produzione; guardano al Vietnam e, soprattutto, all’India.

Tra le due aziende e la Cina c’è una sorta di triangolo di interdipendenza. Circa un quinto delle entrate di Apple proviene dal Dragone, dove inoltre è prodotto più del 90% degli iPhone. Sempre lì si trovano sei dei sette principali impianti di produzione e assemblaggio della multinazionale di Taiwan, che lavora su contratto per il marchio della mela morsicata.

Già con la pandemia i governi occidentali avevano espresso la necessità di rimodellare le filiere, in modo tale che fossero più facilmente controllabili dai propri centri imperialisti. La politica “Zero Covid” e poi il suo allentamento hanno creato rallentamenti nella distribuzione degli ultimi modelli di iPhone, causando tra ottobre e novembre perdite stimate per un miliardo a settimana.

La politica sanitaria del PCC, seppur abbia creato contraddizioni subito inutilmente cavalcate dai media occidentali, si è imposta sulle previsioni delle due aziende. Una condizione dettata proprio dalla concentrazione della produzione, figlia di un’epoca in cui “gli scambi commerciali liberi erano la norma e le cose erano molto prevedibili. Ora siamo entrati in un nuovo mondo”, ha affermato Alan Yeung, ex manager di Foxconn.

Il quadro internazionale tutto nuovo, che covava però da anni, è segnato da un’accesa competizione globale tra aree che vanno autonomizzandosi. La Samsung produce tre quarti dei suoi cellulari in paesi che non sono la Cina, da cui se ne è andata dal 2019, e ora anche queste due multinazionali vogliono seguirne l’esempio, date anche le forti pressioni politiche.

Foxconn ha acquistato 45 ettari in Vietnam su cui far sorgere una nuova fabbrica di computer, che si affiancherà agli stabilimenti già presenti. Apple e la società di Taiwan, però, guardano soprattutto all’altro grande serbatoio di manodopera mondiale, l’unico che possa permettere di riprodurre il modello sperimentato in Cina: l’India.

All’inizio dell’anno si è segnato già un raddoppio degli iPhone prodotti nel subcontinente indiano, in cui si prevedono nuovi investimenti con qualche voce che ha parlato di metà di tutta la produzione trasferita nel paese entro il 2027. Ma l’arrivo di multinazionali porta con sé la loro tipica azione di lobbying per ottenere condizioni favorevoli.

Tre diverse fonti hanno confermato al Financial Times che è proprio su spinta dei due giganti dell’elettronica che le leggi sul lavoro dello stato di Karnataka, uno dei centri dell’industria tecnologica indiana, hanno appena subito una netta liberalizzazione e flessibilizzazione. L’obiettivo dichiarato è quello di rendere l’India il prossimo grande hub manifatturiero.

I contenuti della riforma sono fortemente peggiorativi. I turni possono passare dalle 9 alle 12 ore ed è facilitato il lavoro notturno delle donne. L’orario di lavoro settimanale è fissato ad un massimo di 48 ore, ma le ore di straordinario possibili passano da 75 a 145 ogni tre mesi. Intanto, si moltiplicano gli incentivi per attirare gli investitori.

Una dinamica che in piccolo vediamo anche alle nostre latitudini. E ugualmente stiamo assistendo a una certa tendenza a localizzare i siti industriali in aree più vicine e sotto un più agevole controllo. È il caso del Messico, che vede aumentare da anni gli investimenti diretti statunitensi, fino al recente annuncio di Tesla di una spesa di cinque miliardi per un nuovo stabilimento nel nord del paese.

Allo stesso tempo, non bisogna dimenticare che il governo messicano ha nazionalizzato il litio del proprio sottosuolo. Un passo che certamente mostra una certa diffidenza delle politiche predatorie delle multinazionali e delle promesse dei governi occidentali. Una dinamica che palesa come l’egemonia euroatlantica sia ormai inficiata da pesanti debolezze.

Viviamo in una fase storica nuova, segnata dalla rottura del mercato globalizzato in cui la ridefinizione delle filiere passa su un filo delicato di relazioni. Si moltiplicano le opportunità di fare resistenza e di sganciarsi da Washington e da Bruxelles man mano che si rafforza un mondo multipolare.

Questi nodi saranno al centro del Forum organizzato dalla Rete dei Comunisti il 18-19 marzo. Un’occasione di approfondimento analitico e di dibattito fondamentale per rilanciare l’orizzonte del Socialismo del XXI secolo nei prossimi anni.

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