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A Roma gli operai si riprendono la scena

Una manifestazione operaia ma anche la rappresentazione visibile di una ricostruenda alleanza sociale che vede insieme giovani, lavoratori, pensionati, donne, studenti.

Questo è quanto restituisce la manifestazione nazionale a Roma convocata dall’Usb proprio per rimettere al centro dell’agenda politica la questione operaia e tutto quello che ne deriva. A partire dai salari e dalla sicurezza sul lavoro ma strettamente connessa al quadro generale che vede avanzare a passi pesanti l’economia di guerra e la guerra stessa.

Non era una scommessa facile portare migliaia di operai a Roma per una manifestazione nazionale. Non per la disponibilità alla lotta, ma per i costi mostruosi, visto che è sparita da tempo qualsiasi “facilitazione tariffaria” per le manifestazioni sindacali e politiche.

Va tenuto poi conto che il grosso della partecipazione arriva ovviamente da fabbriche in crisi o già chiuse, oppure dai lavori precari e sottopagati (a cominciare dai riders), dove anche la mobilitazione locale presenta costo importanti se misurati da tasche vuote.

Lo hanno ripetuto diversi interventi dal camion d’apertura: “se non ora per i costi saremmo stati il doppio o il triplo“. Eppure erano presenti operai italiani a tutti gli effetti, provenienti da ogni regione, di ogni origine etnica e di ogni colore di pelle. A dire, secondo un felice metafora di Giorgio Cremaschi, che “l’unica remigrazione che questa piazza può accettare è quella di certi politici che sembrano emersi di nuovo dalle fogne“.

Le disuguaglianze sociali nel nostro paese sono diventate insopportabili, accentuate da una concentrazione della ricchezza che taglia fuori proprio chi la ricchezza la produce e la distribuisce.

Le leggi approvate da questo e dagli altri governi dal 1992 in poi, hanno agito sistematicamente per abbassare i salari, aumentare i prezzi, privatizzare tutti i servizi pubblici, sostenere con ogni mezzo solo il sistema delle imprese e la rendita.

La manifestazione di Roma intende fissare un punto con la forza di un martello: adesso basta!

Reduci da uno sciopero generale appena cinque giorni fa, lavoratrici e lavoratori dell’Usb, operai e precari, braccianti e studenti, pensionati e occupanti di case, hanno palesato un blocco sociale sempre più indisponibile ad accettare i diktat di una classe dominante arrogante quanto imbelle, ingorda quanto pericolosa. Una indisponibilità che non fa sconti a nessuno, neanche al “campo largo”.

Lungo il percorso – piazza della Repubblica a San Giovanni – dal camion-palco in molti si sono alternati al microfono per spiegare le motivazioni di questo corteo. Sindacalisti e attivisti, ma anche i “reduci” dalla Flotilla che ha provato ancora una volta a forzare l’illegale blocco navale israeliano su una Gaza affamata, assediata, sottoposta al genocidio della propria popolazione palestinese.

Dario Carotenuto (parlamentare dei Cinque Stelle) e Alessandro Mantovani (giornalista de Il Fatto) hanno fatto interventi molto sentiti e applauditi, a conferma che ormai i problemi critici che scuotono il mondo sono tutti strettamente collegati.

Se aziende e lavoratori (i secondi senza alcuna tutela) soffrono l’innalzamento dei prezzi energetici, e dunque l’inflazione, ciò avviene anche per le guerre che attraversano il Medio Oriente o per l’aggressione a un “tesoro petrolifero” come il Venezuela. Problemi sociali e geopolitici, insomma, non stanno più su pianeti diversi.

Uno striscione a lato del corteo, oltre a bandiere sparse per tutto il serpentone, ricorda a tutti la solidarietà e l’allarme su Cuba minacciata di invasione dagli USA. Molte, infatti, le bandiere palestinesi e cubane nel corteo.

E’ ben visibile la trasversalità e la connessione di battaglie apparentemente diverse ma sempre più legate tra loro, spesso guidate da una indignazione generale che sta diventando più forte di qualsiasi piattaforma meramente sindacale.

Il comunicato dell’Unione Sindacale di Base

15.000 a Roma alla manifestazione nazionale: gli operai devono tornare protagonisti. Abbassare le armi, alzare i salari

Una piazza operaia, popolare, combattiva, che ha rimesso al centro la questione salariale, il diritto al lavoro, la difesa dell’industria, il rilancio dei servizi pubblici e il rifiuto dell’economia di guerra.

Da tutta Italia sono arrivati operai dell’industria, lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, della grande distribuzione, dei servizi, della scuola, della sanità e della ricerca. Una manifestazione che ha unito vertenze, territori e settori diversi dentro un’unica rivendicazione generale: chi produce la ricchezza del Paese deve tornare a contare.

USB ha denunciato il peggioramento delle condizioni materiali di milioni di persone, richiamando i dati ISTAT pubblicati ieri: undici milioni di persone a rischio povertà, salari impoveriti, potere d’acquisto crollato e un Paese in cui sempre più persone lavorano pur restando povere.

La manifestazione ha rilanciato il Manifesto Operaio come proposta alternativa al modello economico fondato su precarietà, bassi salari, delocalizzazioni, appalti al massimo ribasso e riarmo.

Abbassare le armi e alzare i salari” è stato uno dei messaggi centrali della giornata. USB ha ribadito che la questione salariale rappresenta oggi la principale emergenza sociale del Paese e che le risorse devono essere destinate a lavoro, welfare, sanità, scuola, casa e trasporti pubblici, non all’economia di guerra.

Forte anche il richiamo alla Palestina e alla mobilitazione contro il genocidio e il riarmo. “Per la guerra e per il genocidio dalle aziende non deve uscire nemmeno un chiodo” è stata una delle parole d’ordine che hanno attraversato il corteo.

La manifestazione ha inoltre rilanciato la necessità di ricostruire una forza collettiva del lavoro capace di unire fabbriche, porti, logistica, servizi e territori, affermando la necessità di riportare lavoratrici e lavoratori al centro delle scelte politiche, industriali ed economiche del Paese.

La manifestazione di oggi rappresenta per USB l’apertura di una nuova fase di organizzazione, conflitto e mobilitazione generale.

Foto di Patrizia Cortellessa

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