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Dall’orbita alla fabbrica/2. Il fallimento del paradigma neoliberale europeo

(Seconda parte). La crisi di Ariane è stata simbolicamente devastante. Per mesi l’Europa non ha avuto accesso autonomo allo spazio per carichi pesanti. Mentre SpaceX effettuava oltre cento lanci annuali, abbassando drasticamente i costi e monopolizzando il mercato globale, l’Europa si trovava paralizzata: ritardi, frammentazione industriale, dipendenza esterna, incapacità produttiva.

È stata una crisi politica prima ancora che tecnologica perché ha mostrato il vero limite storico dell’Unione Europea: un capitalismo continentale avanzato ma privo di piena centralizzazione politica e industriale. La globalizzazione neoliberale aveva convinto le classi dirigenti europee che bastasse: il mercato, la finanza, la regolazione, l’innovazione diffusa.

La crisi geopolitica mondiale ha dimostrato il contrario. Senza: industria, energia, infrastrutture, manifattura strategica, capacità produttiva autonoma, non esiste alcuna sovranità. Per questo l’UE sta tornando massicciamente alla politica industriale. Non per superare il neoliberismo, ovviamente, ma per tentare di salvarlo attraverso una nuova fase di centralizzazione tecnologico-militare.

Lo “Stato” europeo torna a investire. È una forma nuova di keynesismo: non sociale ma imperialista. I costi vengono socializzati. I profitti vengono privatizzati. I cittadini europei finanziano attraverso fondi pubblici la costruzione dell’infrastruttura spaziale continentale, mentre il comando resta nelle mani: di Airbus, Leonardo, Thales, Eutelsat, OHB, grandi fondi finanziari, apparati militari. Il capitalismo europeo sta cioè costruendo una nuova infrastruttura pubblica per rilanciare la redditività privata.

Space industry significa operai

La divisione tra lavoro mentale e lavoro manuale non scompare automaticamente nel capitalismo contemporaneo. Anzi: il capitale continua ad averne bisogno per organizzare gerarchie, salari e comando. Ma nella produzione spaziale questa separazione diventa sempre più artificiale dal punto di vista reale del processo produttivo. La space industry non è più artigianato tecnologico.

Durante la corsa allo spazio della Guerra Fredda: si producevano pochi razzi, pochi satelliti, pochissime missioni, con costi enormi, tempi lunghissimi, lavorazioni quasi uniche. Ogni vettore era sostanzialmente un prototipo. In quella fase la separazione tra progettazione scientifica, ricerca e manifattura, assemblaggio, era molto più netta. La produzione era relativamente limitata: pochi oggetti, altissimo valore unitario, centralità assoluta del lavoro scientifico e ingegneristico.

La nuova space industry invece funziona sempre più come industria seriale avanzata. Questo è il vero salto storico. Con: mega-costellazioni satellitari, mini-satelliti, telecomunicazioni orbitali, razzi riutilizzabili, produzione modulare, manifattura digitale, la produzione spaziale entra progressivamente in una logica semi-industriale di massa. Il caso Starlink è emblematico.

Non si tratta più di costruire: “il satellite”. Si tratta di produrre migliaia di satelliti: standardizzati, modulari, continuamente aggiornati, integrati industrialmente. SpaceX ha già lanciato oltre 7000 satelliti Starlink. Amazon prepara Kuiper. L’UE con IRIS² si muove nella stessa direzione.

Questo cambia completamente il rapporto tra lavoro mentale e lavoro manuale Poiché la produzione seriale di sistemi spaziali richiede: continuità produttiva, integrazione tra progettazione e fabbrica, feedback costante tra assemblaggio e design, cooperazione permanente tra operai, tecnici e ingegneri, l’operaio altamente specializzato non esegue semplicemente ordini ma interviene nell’ottimizzazione, nell’adattamento, nella risoluzione tecnica, nel controllo qualità, nella gestione dei processi complessi. La manifattura avanzata spaziale incorpora ormai continuamente sapere tecnico-scientifico. Qui emerge una trasformazione evidente nella space industry.

Nella grande fabbrica fordista classica:

  • il sapere produttivo era fortemente centralizzato nel management e negli ingegneri;
  • l’operaio veniva progressivamente dequalificato;
  • il lavoro era spezzettato e ripetitivo.

Il taylorismo separava brutalmente:

  • concezione,
  • esecuzione.

La space industry contemporanea funziona invece sempre più attraverso:

  • automazione avanzata,
  • sistemi integrati,
  • produzione flessibile,
  • digitalizzazione,
  • feedback continuo.

Questo obbliga il capitale a reintegrare nel lavoro manuale una quota crescente di sapere tecnico. L’operaio specializzato della manifattura spaziale: legge dati, interpreta software, utilizza modellazione digitale, interagisce con sistemi automatizzati, gestisce processi ad alta complessità.

In altre parole: il lavoro manuale diventa sempre più cognitivo. Ma contemporaneamente accade anche il contrario. L’ingegnere spaziale contemporaneo non assomiglia più alla figura elitista della grande industria novecentesca. Nel capitalismo spaziale contemporaneo: progettazione, coding, simulazione, cybersecurity, modellazione, IA, vengono sempre più inseriti in processi industrializzati, in flussi standardizzati, dentro gerarchie aziendali, sotto pressione produttiva continua. Il lavoro mentale viene cioè progressivamente proletarizzato.

Il ricercatore o il programmatore non controllano il processo produttivo, non possiedono autonomia reale, vendono forza lavoro altamente qualificata, subiscono ritmi e obiettivi imposti, sono spesso precarizzati. La retorica del “talento” nasconde il fatto che anche il lavoro cognitivo è ormai lavoro salariato subordinato. Ed è qui che la separazione tra lavoro mentale e manuale diventa sempre più artificiale perché entrambi dipendono dal capitale, partecipano alla stessa cooperazione produttiva, subiscono la stessa subordinazione industriale, contribuiscono allo stesso processo di valorizzazione.

La cooperazione reale è di fatto già unificata. La produzione spaziale contemporanea è probabilmente una delle forme più avanzate di cooperazione sociale integrata. Un satellite non può essere separato in: “chi pensa”, “chi esegue”. Il capitalismo però continua a organizzare questa cooperazione attraverso gerarchie: salariali, culturali, simboliche. E qui arriviamo al nodo salariale.

Nella space industry contemporanea la differenza salariale tra: ingegnere, tecnico specializzato, operaio altamente qualificato, continua a esistere ma sempre meno riflette una reale separazione del sapere produttivo. Molti operai della manifattura avanzata spaziale possiedono competenze digitali elevate, capacità di problem solving, conoscenze software, autonomia tecnica significativa.

Allo stesso tempo molti giovani ingegneri: lavorano precariamente, hanno salari relativamente bassi, sono fortemente subordinati, non possiedono alcun controllo strategico. Il capitalismo mantiene quindi la divisione: non perché corrisponda ancora pienamente alla produzione reale, ma perché serve a frammentare il lavoro, a impedire coscienza comune, a costruire gerarchie, a differenziare salari e status. La divisione tra lavoro mentale e manuale diventa quindi sempre più ideologica e politica. Serve al comando capitalistico.

La nuova industria spaziale europea mostra quindi qualcosa di molto più generale. Nel capitalismo contemporaneo:

  • il lavoro manuale incorpora sempre più sapere;
  • il lavoro mentale viene sempre più industrializzato;
  • la produzione è sempre più cooperazione sociale integrata.

La distinzione netta tra chi pensa e chi produce diventa sempre meno reale dal punto di vista materiale ma continua a essere riprodotta economicamente, culturalmente, politicamente, perché è uno strumento fondamentale del comando capitalistico sul lavoro vivo.

Ed è proprio qui che la space industry diventa un osservatorio privilegiato della trasformazione contemporanea del lavoro, un settore in cui il capitale ha socializzato enormemente il sapere produttivo, ma continua a privatizzarne il controllo, i profitti, il comando, le gerarchie.

La domanda che sorge è: siamo difronte ad una aristocrazia operaia high-tech?

Sì, potenzialmente. Ma il punto decisivo è capire in quale forma storica e soprattutto se questa aristocratizzazione riesca ancora oggi a stabilizzarsi come nel capitalismo fordista del Novecento perché qui la questione è più contraddittoria.

Lenin parlava di “aristocrazia operaia” per descrivere quei settori del proletariato dei paesi imperialisti che beneficiavano indirettamente dei superprofitti coloniali, della posizione dominante dell’imperialismo, della redistribuzione parziale della rendita imperialista.

Questo produceva: salari relativamente più alti, maggiore stabilità, integrazione politica, moderazione sindacale, identificazione con l’ordine capitalistico nazionale. Nella grande industria fordista questa aristocrazia operaia aveva basi materiali relativamente solide: contratti stabili, welfare, sindacalizzazione forte, professionalità riconosciuta, continuità occupazionale.

Ora, nella space industry contemporanea, qualcosa di simile effettivamente tende a riprodursi ma in una forma molto più instabile e contraddittoria. L’operaio altamente specializzato della manifattura spaziale possiede competenze rare, gestisce tecnologie avanzate, ha maggiore formazione tecnica, gode spesso di salari relativamente migliori rispetto al proletariato logistico o dei servizi. Lo stesso vale per tecnici aerospaziali, operatori di precisione, specialisti compositi, manutentori avanzati, operatori software-industriali.

Questi lavoratori possono sviluppare una forte identità professionale, coscienza corporativa, separazione simbolica dal resto del proletariato, percezione di appartenenza a settori “strategici”. Il capitale, infatti, alimenta continuamente questa distinzione. La retorica dell’“eccellenza tecnologica”, del “settore avanzato”, della “frontiera industriale” serve proprio a produrre differenziazioni interne alla classe, identificazione aziendale e integrazione ideologica. In questo senso la space industry tende certamente a produrre nuove forme di aristocrazia tecnica ma oggi manca la “stabilità” fordista.

La differenza rispetto al Novecento è però questa: il capitalismo contemporaneo non riesce più a stabilizzare pienamente queste figure. L’operaio specializzato della space industry:è spesso inserito in reti produttive frammentate, dipende da subappalti, lavora dentro filiere globali instabili, subisce outsourcing e ristrutturazioni,vive forte pressione competitiva internazionale. Anche quando possiede salari relativamente alti, raramente possiede sicurezza strutturale, continuità sociale, piena integrazione stabile. La stessa cosa vale per il lavoro mentale.

L’ingegnere spaziale contemporaneo può avere competenze elevate, salario discreto, forte identità professionale ma contemporaneamente precarietà, ricattabilità, dipendenza da fondi pubblici, burnout, assenza di controllo sul processo produttivo.

Qui emerge una differenza storica fondamentale. Nel fordismo classico l’aristocrazia operaia era relativamente stabilizzata dentro la crescita economica, il welfare, il compromesso socialdemocratico e l’espansione industriale.Nel capitalismo contemporaneo invece il capitale ha bisogno di sapere diffuso ma non vuole(e non può) più garantire stabilità strutturale quindi produce una aristocrazia tecnica fragile, intermittente, competitiva.

C’è poi un altro punto molto importante. Il fatto che il sapere produttivo si sposti verso l’operaio non significa automaticamente maggiore coscienza di classe, maggiore autonomia politica, radicalizzazione. Anzi. Spesso il capitale riesce a trasformare la competenza tecnica in individualismo professionale, meritocrazia, identificazione aziendale, competizione interna.

Il tecnico altamente specializzato può percepirsi non come proletario, ma come “eccellenza”. Ed è precisamente qui che il capitale lavora ideologicamente. Eppure, la contraddizione non sparisce perché anche il lavoratore altamente specializzato vende forza lavoro e non controlla i mezzi di produzione, non decide finalità della produzione e subisce ritmi e gerarchie, partecipa alla valorizzazione del capitale.

Inoltre, nel capitalismo contemporaneo automazione, IA, standardizzazione, modularizzazione, tendono continuamente anche a dequalificare parti del sapere tecnico. Il capitale infatti vuole utilizzare conoscenza diffusa ma contemporaneamente renderla intercambiabile. Questa è una contraddizione tipica della space industry contemporanea. La retorica dell’innovazione serve anche: a destrutturare identità collettive, a dissolvere solidarietà di classe, a trasformare il sapere in privilegio competitivo individuale.

Da una parte serve lavoro altamente competente, dall’altra il capitale tenta continuamente di standardizzare, automatizzare, ridurre autonomia, abbassare il potere contrattuale. Quindi l’aristocratizzazione esiste, ma è instabile e continuamente erosa.

La tendenza più profonda non è tanto la formazione di una nuova aristocrazia stabile, è piuttosto la proletarizzazione crescente anche del lavoro altamente qualificato. La space industry rende visibile proprio questo fenomeno:

  • operai sempre più cognitivi;
  • ingegneri sempre più subordinati;
  • tecnici sempre più precarizzati;
  • ricerca sempre più industrializzata.

Le vecchie distinzioni sociali non spariscono del tutto, ma diventano più fluide e contraddittorie. Il capitale continua a produrre gerarchie salariali e simboliche perché ne ha bisogno politicamente ma il processo produttivo reale tende sempre più a integrare: sapere, cooperazione, lavoro tecnico, manifattura, logistica, ricerca.

Per questo la nuova industria spaziale europea è interessante, mostra contemporaneamente la socializzazione estrema delle forze produttive e il tentativo del capitale di mantenere artificialmente separate figure lavorative che nella produzione reale sono sempre più integrate. Ed è proprio dentro questa contraddizione che si possono creare condizioni per conflitti futuri tra integrazione corporativa, aristocratizzazione tecnica e nuova proletarizzazione del lavoro qualificato.

Vedi la prima parte: Dall’orbita alla fabbrica/1. Dalla space economy alla space industry

Dello stesso autore vedi anche: L’Europa alla conquista dell’orbita. Politica spaziale e autonomia strategica

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