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Banda della Uno Bianca: i dubbi insoluti sugli omicidi in armeria portano ai Servizi

Da ciò che riportano i quotidiani locali, ci sono alcune sostanziali novità per ciò che concerne la nuova inchiesta sulla Banda della Uno bianca così come sulla condizione detentiva dei due fratelli Savi.

Partiamo proprio da Roberto Savi, il “corto”, presunto capo del sodalizio criminale che operò tra Bologna, Romagna e Marche dal 1987 al 1994, compiendo un centinaio di azioni che portarono all’uccisione di almeno 24 persone ed al ferimento di più di un altro centinaio.

Roberto, il cui nome era di nuovo tornato nel cono di luce dei media per la sua intervista a “Belve Crime” ed andata in onda il 5 maggio, è stato trasferito al carcere di Ferrara dal carcere di Bollate in cui stava scontando l’ergastolo insieme al fratello Fabio, alias “il lungo”, con cui non parlerebbe da anni.

Il corto”, nell’intervista, aveva esplicitamente fatto riferimento alla copertura da parte dei servizi che li avrebbero ingaggiati nel corso della loro già iniziata attività di rapinatori, delle loro notevoli disponibilità di denaro e della basi all’estero.

Si deve ricordare che dopo l’arresto, il comportamento del presunto capo della Banda è stato caratterizzato dall’alternarsi di dichiarazioni e ritrattazioni che andavano in quel senso, per poi tornare in silenzio.

Anche questa volta, Roberto Savi ha scelto di parlare “ad uso di telecamere” per poi tacere di fronte ai magistrati che l’hanno interrogato in carcere, forse scarsamente incentivato dalla notizia resa pubblica poco dopo la sua intervista – ma relativa ad alcuni mesi prima – del misterioso suicidio di Pietro Gugliotta, altro membro della Banda che aveva da tempo scontato la sua pena, ritrovato morto nel paese in Friuli dove viveva, pochi giorni dopo avere comunicato alla sua legale la propria urgenza di parlarle di persona.

Lo spostamento del “corto” è avvenuto su richiesta della Procura, di cui i PM Lucia Russo e Andrea Feis hanno in mano la nuova inchiesta avviata nel 2024 grazie all’esposto degli avvocati dell’associazione dei familiari vittime della Banda, Alessandro Gamberini e Luca Moser.

Anche Fabio Savi potrebbe essere spostato dal carcere di Bollate, mentre il terzo fratello della Banda sta scontando la pena detentiva a Padova, dove di giorno si reca al lavoro.

Il lungo”, anche lui intervistato in una trasmissione andata in onda su Rete 4 alcuni giorni dopo, ha smentito seccamente le dichiarazioni del fratello, per poi, l’11 giugno, di fronte ai PM – tra cui il Procuratore Capo Paolo Guido – rispondere per qualche ora ad alcune domande. Sulle risposte date da Fabio Savi non è trapelata finora nessuna indiscrezione.

Le novità più rilevanti vengono però da un altro teste, testimone del duplice omicidio che venne commesso dalla Banda il 2 maggio del 1991, all’armeria di via Volturno, in cui perirono la proprietaria Lucia Ansaloni ed il suo assistente, Pietro Capolungo, un ex carabiniere in pensione che faceva da commesso.

Ricostruiamo i fatti e l’incredibile incapacità delle forze dell’ordine di fare 2+2=4.

Un’azione criminale fatta in pieno centro a Bologna, a volto scoperto, con un flusso costante di clienti, che valse come “bottino” il furto di due pistole Beretta 9×21. Un risultato piuttosto risibile, se non ci fossero stati due morti di mezzo, considerando l’arsenale di cui già disponeva la Banda.

La dinamica è resa ancora più strana per due circostanze verificate.

Roberto Savi risulterà poi essere cliente abituale dell’armeria che lo riforniva di armi e proiettili, quindi ben conosciuto dalle vittime della progettata rapina.

I due killer che si sono recati la mattina in armeria attendono il rientro di Capolungo – o in commissariato per sbrigare alcune pratiche – uno si piazza al bancone guardando le pistole, l’altro alla porta. Quando rientra sembra che gli sparino inserendo il caricatore nella pistola che stavano visionando – ma successive perizie balistiche escludono tale ipotesi – e poi alla proprietaria.

Le motivazioni additate dai Savi in sede processuale, cioè il furto, stridono sia con l’assoluta inutilità di procurarsi altre due pistole uccidendo due persone, sia per la dinamica.

Paolo Soglia, infatti, nell’11 capitolo di Uno Bianca Reloaded si chiede giustamente: “E se l’obiettivo invece fosse stato quello di togliere di mezzo un testimone scomodo, tipo il Capolungo, che forse aveva intuito qualcosa e poteva parlare? É possibile, ma perché ucciderlo in una situazione così rischiosa?”.

A rendere più inquietante la vicenda per la cecità di chi ha condotto le indagini ci sono altri tre particolari.

Il primo è che il marito e comproprietario dell’armeria, Luciano Verlicchi, sentito per circa un mese tutti i giorni, ad un certo punto riferisce testualmente al Dottor Buono la frase: “Questo somiglia ad uno dei vostri”, vedendo l’identikit fatto raccogliendo le indicazioni di un cliente che era entrato in armeria e di una passante che aveva visto il killer subito dopo gli spari.

Luciano Verlicchi, vedovo della Ansaloni, ne è sicuro perché proprio ad un poliziotto della questura di Bologna, aveva venduto un’arma poco comune, una Smith and Wesson 44 Magnum.

Se si confronta poi l’identikit con la foto di Roberto Savi, è praticamente sovrapponibile.

Al dottor Buono probabilmente “non si è accesa una scintilla” come ebbe a dichiarare dopo l’arresto dei Savi a Radio Città del Capo, l’ormai chiusa emittente radiofonica bolognese che si occupò costantemente delle vicende della Banda.

Il secondo particolare, che in qualche misura avvalora la tesi dell’“assassino che torna sempre sul luogo del delitto”, è il fatto che Roberto Savi si ripresenterà in divisa davanti all’armeria assieme ai suoi colleghi e verrà ripreso dalle telecamere della Rai regionale.

Un frammento che si vede, tra l’altro, anche nella  puntata della serie Rai Blu Notte dedicata alla Banda da Carlo Lucarelli.

Altro particolare è il fatto che Roberto Savi possiede non uno, ma ben due AR70, lo stesso tipo di fucile che ha sparato in diverse stragi, tra cui quella del Pilastro avvenuta nel gennaio dello stesso anno.

Paradossalmente era stato un altro poliziotto ai vertici della Questura di Bologna ad aver chiesto proprio a Savi di portare quel fucile ai colleghi per fare i confronti, e lui gli porterà naturalmente quello “pulito”, acquistato dopo avere utilizzato l’altro in suo possesso.

Il terzo particolare è il fatto che mentre l’identikit di uno dei due killer è la copia di Roberto Savi, l’altro fornito dai testimoni è diversissimo da quello di Fabio, che pure si è attribuito l’omicidio come “reo confesso”, ma la cui testimonianza risulta piuttosto strampalata, con una ricostruzione della dinamica fa acqua da tutte le parti.

In sede giudiziaria i due “super-testi” che videro gli assassini in faccia furono Sergio Tugnoli, cliente dell’armeria, e Maria Cristina Erede. Il primo è tanto sicuro negli interrogatori, quanto confuso e smemorato al processo del ’96, quanto è invece più lineare la seconda, allora studentessa a Bologna, che non riconosce affatto Fabio Savi come il secondo uomo.

Ci sono insomma più che solide ragioni per supporre che il “secondo uomo” non fosse Fabio Savi, e che il movente del delitto non fosse quello del furto di due pistole per un’armeria che, è bene ricordarlo, era l’unica che vendeva a Bologna proiettili calibro 222. I Savi si rifornivano lì, comprandone molte, per rimpiazzare quelli sparati con il fucile AR70 di Roberto e con il SIG di Fabio.

Ci siamo concentrati su questi aspetti, proprio perché i quotidiani sembrano non volerli riprenderli, concentrandosi sulle altre  novità, comunque importanti, di cui pure tratteremo. Ma qui dobbiamo riportare un altro fatto che potrebbe collegarsi alle nuove scoperte, bellamente ignorato fino ad oggi dalla stampa.

Il 4 maggio 1991, 2 giorni dopo il duplice omicidio all’armeria, la redazione dell’Ansa di Bologna riceve una telefonata. L’anonimo telefonista dall’accento tedesco dice le seguenti parole:

Questo è il comunicato numero 5. Anche se ne accusiamo la paternità, l’azione messa in atto in via Volturno deve essere intesa in senso che non rientra nella strategia sociale, politica e militare che la nostra organizzazione persegue. Bensì come un fatto che fa unicamente riferimento alla nostra ferma determinazione a evitare che smagliature di alcun genere possano avvenire nei meccanismi della Falange”.

Chi parla dice di far parte della Falange Armata, a cui rimandiamo per la storia e gli intrecci con la Banda della uno bianca al dossier “La uno bianca e altre storie nell’ultima fase della strategia della tensione.

Quella “smagliatura” è provavilmente un qualcosa in grado di rompere la segretezza con cui stava operando, e a cui bisognava rimediare tappando qualche bocca con ogni mezzo.

Le novità riguardano i pedinamenti “non autorizzati” di uno dei testimoni, un militare dell’Arma, ora in pensione, che corrisponderebbe all’identikit dell’uomo dei Servizi che un nuovo “super-teste” – allora poliziotto alla questura di Bologna – avrebbe incontrato in un ufficio di copertura dei Servizi (la Gattel Srl) a Porta Lame,  portato lì nel 1990 per essere reclutato da Roberto Savi e Pietro Gugliotta.

«Fu quelluomo a pedinarmi nel 1991. È lui, ne sono sicuro». Il testimone non ha dubbi e assicura di essere in grado di riconoscere il carabiniere – allora in servizio e oggi in pensione – che lo pedinò, assieme a un altro soggetto mai identificato, pochi giorni dopo il duplice omicidio nellarmeria di via Volturno, riporta La Repubblica del 10 luglio.

Il testimone che si è fatto avanti, secondo il quotidiano, ricorda bene quei giorni, e quel carabiniere «che incrociò prima in modalità ravvicinata» e al quale «chiese spiegazioni del pedinamento» e che incontrò di nuovo, «pochissimi giorni dopo», allinterno della Caserma dei carabinieri di via dei Bersaglieri.

La stessa caserma, peraltro, dove aveva prestato servizio proprio Pietro Capolungo, ucciso nell’armeria. Di recente, il testimone ha riferito che ritiene possibile che un’altra persona residente a Imola e nota in città come ex appartenente allArma, fosse la stessa che lo pedinò all’epoca.

I legali dei familiari delle vittime hanno recuperato anche la foto di questa persona: e il testimone «oggi non manifesta alcun dubbio sullaffermare che la foto corrisponde perfettamente al carabiniere che lo pedinò nel 1991, ovviamente con alcune modifiche del volto derivanti dallinvecchiamento».

Peraltro – proseguono nella nuova istanza – all’epoca il testimone  sentiva di poter essere oggetto di minacce alla propria vita e quindi ricorda bene quei fatti e quei volti ed è pertanto, per questi motivi, da ritenersi attendibile.

Insomma, il comunicato della Falange potrebbe essere non solo una rivendicazione del duplice omicidio – fornendo le presunte ragioni di sicurezza organizzativa affinché continuasse ad essere impenetrabile – ma una precisa indicazione per impedire che qualcuno fornisse elementi utili.

Era forse anche un messaggio rivolto a chi poi pedinò il testimone e magari in parte a coloro che avrebbero dovuto fare 2+2=4, grazie alle testimonianze e alla lista di armi e proiettili venduti ai clienti dell’armeria da cui si rifornivano i Savi.

A cercare di comporre il quadro, fornendo eventuali piste interpretative, saranno gli inquirenti ed il Copasir, se svolgeranno fino in fondo in loro lavoro.

Per fare un po’ di luce, da parte nostra, mettiamo a disposizione altri due elementi che andrebbero approfonditi.

Il primo, di cui i giornali sembrano scordarsi, è il ritrovamento a febbraio di quest’anno di una vera e propria Santabarbara – 300 “pezzi” circa – con tanto di materiale bellico in una zona residenziale vicino ai Giardini Margherita, nella casa dell’ottantacinquenne Corrado Pizzoli, ossia colui che  acquistò l’armeria ad una cifra irrisoria per l’epoca, dopo il duplice omicidio.

Pizzoli, tra l’altro, conosceva il proprietario della villa a San Lazzaro, dove c’era un poligono abusivo in sparavano i fratelli Savi.

Si tratta di Villa Paglia, oggi Villa Scornetta, proprietà ai tempi di Lucio Paglia, che fino al 1982 era proprietario proprio dell’armeria di via Volturno e di cui era stato cliente anche Paolo Bellini, poi condannato in via definitiva per la strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna.

Sulle intricate vicende di quel poligono abusivo rimandiamo all’inchiesta di Gigi Marcucci: “Strage del 2 agosto e omicidi della Uno bianca: il poligono dei destini incrociati”, che riporta, anche in questo caso, la mancata verifica di alcune piste investigative che avrebbero potuto portare all’individuazione dei membri della Banda dell’Uno Bianca, per una sorta di ostruzionismo anche di figure ai vertici dei Servizi (in questo caso il Sismi).

Riportiamo ciò che si legge nellesposto dei familiari delle vittime, depositato in Procura dallavvocato Alessandro Gamberini:

Nella prima circostanza, il Mariani unitamente al figlio Davide, al socio Paolo Monti, a un amico, tale Paolo Accorsi, aveva avuto accesso a un poligono abusivo attrezzato nella cantina della villa ove, nella circostanza, spararono alcuni colpi con larma legalmente detenuta dal Monti. In quelloccasione, Mariani affermò d’aver ricevuto come confidenza da Edoardo Paglia che presso quel poligono si esercitavano al tiro poliziotti della Questura di Bologna, della Criminalpol e dei Servizi Segreti.

Prima di lasciare il poligono, il figlio Davide Mariani raccolse dei bossoli, probabilmente di unarma lunga descritta come un ‘7,62 Nato’, che aveva utilizzato nel corso del servizio militare. Descrisse le dimensioni delle munizioni, ricordandole più grandi di una cal. 9, e con la scritta Winchester (i bossoli ritrovati nel poligono potrebbero essere proprio i 222 utilizzati dallAR70 (versione civile del SC70, in dotazione alle forze armate, ndr) o del SIG a disposizione dei Savi.”

É forse negli strani incroci ed incontri che avvenivano il quel poligono che bisogna trovare il movente del doppio omicidio in via Volturno?

Se non era Fabio Savi, uno dei due killer, chi potrebbe essere l’altro membro finora sconosciuto della Banda che sparò in armeria?

 * Vedi le altre puntate dell’inchiesta

La scoperta di Gladio e l’inizio dell’attività “stragista” della Banda della uno bianca – Contropiano

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