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L’autorizzazione di Zelenskij

A occhio dovrebbe essere andata così.

Trump ha chiamato Zelenskij: “Volodymyr senti, vie qua. Avvicìnate”.

“Sì sir, l’ascolto”.

“No no, avvicinate, vie qua”.

Zelenskij, s’avvicina, Trump gli mette un braccio sulla spalla.

“Volò, tu ciai casa, affetti, soldi, proprietà e quant’altro a Kiev no?”.

“Sì sir”.

“Ci tieni no?”.

“Sì sir, certamente sir”.

“Ecco, tu lo sai che se fate volà uno spillo il 9 sulla piazza Rossa a Mosca, quelli ve sdrumano, no? Lo sai?”.

“Ma…sir…”.

Trump stringe ancora più forte il braccio intorno al collo di Zelenskij.

“Lo sai no? Dai, fa il bravo: Kiev te la tirano giù come niente”.

“Ma…sir…”.

Trump dà un altro strattone.

“In effetti sì, sir, ha ragione sir”.

“E allora?”.

“Sì, non volerà nemmeno uno spillo, sir”.

“Bravo, bravo ragazzo”.

“Solo una cosa sir…: posso dire però che gli abbiamo ‘autorizzato’ la Parata. Posso far capire che è una stata una nostra gentile concessione?”.

“Ma certo, ragazzo. Cazzo me frega a me di quello che scrivi. L’importante è quello che fai”.

“Grazie sir, grazie. Sa, quella roba lì della propaganda. Poi c’è quello lì, Oles. Quello lì, l’amico di Calenda. Se non scrivo così, quello mi si intristisce”.

“Chi cazz’è sto Colenda?”.

“Calenda sir, Calenda. Niente, lasci perdere”.

“Fa un po’ quello che cazzo te pare, Volò”.

“Grazie sir”.

“Sì però a Volò, lasciame la mano. E lascia sta mano, cazzo te baci!”

* da Facebook

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