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Pandemia, crisi economica e Bolsonaro: intervista a João Pedro Stedile

João Pedro Stedile, leader del Movimento dos Trabalhadores Rurais Sem Terra (MST), movimento politico-sociale che si batte per la riforma agraria in Brasile contro lo sfruttamento dell’agro-business, la devastazione ambientale e le disuguaglianze sociali, spiega le diverse dimensioni della peggiore crisi della storia recente del paese, in un’intervista realizzata da Peoples Dispatch.

È anche l’occasione per parlare delle sfide che attendono i movimenti sociali e popolari in vista delle elezioni presidenziali che avranno luogo l’anno prossimo ad ottobre, mentre continua ad aggravarsi la situazione sanitaria legata alla pandemia Covid-19 e si acuiscono le conseguenze sociali negative determinate dalle politiche neoliberiste del presidente neo-fascista Jair Bolsonaro.

Lula è dato in testa in tutti i sondaggi e, vincendo già al primo turno, potrebbe riportare il Brasile sul percorso sociale progressista intrapreso dai governi guidati dal Partido dos Trabalhadores (PT) e brutalmente interrotto dal golpe ‘bianco’ contro Lula e Dilma Rousseff.

Da uno dei paesi più importanti dell’America Latina continua ad arrivare un segnale di speranza per l’intera umanità.

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Quali sono le condizioni politiche ed economiche oggi in Brasile, nell’attuale contesto della pandemia?

Il Brasile sta vivendo un periodo molto difficile della sua storia – la peggior crisi da 500 anni – perché per la prima volta nello stesso momento storico c’è una crisi strutturale del capitalismo, un capitalismo dipendente dai capitali esteri e dal centro del capitalismo globale.

Questa crisi colpisce l’economia, la produzione, gli investimenti. Genera crescenti disuguaglianze sociali con pochi miliardi, da un lato, e milioni di lavoratori gettati nella miseria, dall’altro.

Stiamo inoltre di fronte ad una crisi ambientale con crimini mostruosi commessi dal sistema capitalista contro la foresta Amazzonica, i nostri biomi e l’intera agricoltura, ogni giorno.

Infine, stiamo affrontando una crisi politica caratterizzata dalla natura di questo governo di Bolsonaro.

Il Brasile, con una popolazione di 220 milioni di persone, sta attraversando il peggior momento della sua storia. Questa situazione ci porta a credere che questa crisi, che ha che fare con la struttura del modo stesso di produzione capitalista, sarà duratura e richiederà pertanto cambiamenti strutturali.

Il secondo aspetto di questa congiuntura che stiamo vivendo è la natura del governo del “Capitan Bolsonaro”. Questi sta applicando una serie di politiche neofasciste basate su menzogne, odio e propaganda violenta. Tuttavia, non ha di per sé una forza politica sociale e popolare.

Bolsonaro è lì come presidente come risultato del potere della borghesia perché nel 2018 la borghesia non aveva un proprio candidato da poter sostenere, pertanto ha impedito che le forze popolari tornassero al potere tramite il PT, per questo la borghesia brasiliano ha scelto di mettere Bolsonaro alla guida del governo.

Tuttavia, Bolsonaro non ha un progetto per il paese, non ha nemmeno un partito ed è sostenuto da una base di fanatici dell’estrema destra che rappresenta meno dell’8% della popolazione.

Quindi, stiamo vivendo una situazione di un governo in crisi permanente perché, dalla sua elezione, Bolsonaro ha perso stabilmente consensi e sta creando soltanto tensioni crescenti con gli altri poteri costituti della Repubblica brasiliana – come quello giudiziario con il quale è sempre in contrasto – ma anche con quello legislativo ed infine persino con i media mainstream della borghesia che lo aveva sostenuto. Adesso, la maggior parte dei media sono contro di lui.

Questo fenomeno generale di crisi del capitalismo e della natura del governo neofascista è stato chiaramente evidente con il Covid-19. Lo Stato avrebbe potuto affrontare e superare la pandemia legata a questo virus, come è accaduto in altri paesi come la Cina, il Vietnam, la Corea, il Giappone.

Tuttavia, qui in Brasile, la compresenza di una crisi strutturale del capitalismo e uno Stato governato da un neo-fascista è risultata in una crisi della salute pubblica che è costata la vita a oltre 613.000 brasiliani, che si sarebbero potuti salvare.

Quali sono le prospettive future?

Ci saranno le elezioni presidenziali (ad ottobre 2022, ndr). Queste sono diventate, in un certo modo, il cuore della lotta di classe in Brasile, cosa che non è sempre stata così. Ma in funzione della lotta di classe e dell’aggravarsi della crisi, queste elezioni si sono trasformate in un punto centrale dello scontro di classe.

Per comprenderne l’importanza dobbiamo analizzare il comportamento delle classi in relazione alle elezioni. Da un lato, la novità è che la borghesia è divisa circa il percorso elettorale. Nel 2018, la borghesia era compatta per eleggere Bolsonaro e, nonostante ciò, questi fu eletto con solo il 3% di scarto.

Ma ora c’è una spaccatura all’interno della borghesia, con una piccola parte che continua a sostenere Bolsonaro, quella lumpen-bourgeoisie che dipende dall’appropriazione di risorse pubbliche, mentre la parte più consistente si è adoperata nell’ultimo anno per trovare un candidato da quella che hanno definito “la terza via”.

Tuttavia, non sono riusciti nel loro intento di trovare e unirsi intorno al nome di un singolo candidato della borghesia, al di là di Bolsonaro. Pertanto, ad oggi, la borghesia è divisa anche sui possibili candidati.

C’è la candidatura del governatore di São Paulo, João Doria, che rappresenta una parte della borghesia brasiliana. Poi, c’è la candidatura dell’ex giudice Sergio Moro (l’accusatore di Lula nel caso di “lawfareLava Jato, ndr), incoraggiata e sostenuta dagli Stati Uniti.

Quindi, anche quando prendiamo in considerazione il supporto del capitale internazionale, la borghesia resta divisa, perché, guardando alle forze delle Stati Uniti, il gruppo di Trump e i repubblicani sostengono Bolsonaro, mentre il gruppo di Hillary Clinton e più largamente, del Partito Democratico statunitense sostiene Doria. Al punto che il suo coordinatore economico è Henrique Meirelles, ex-presidente della Bank of Boston, che intrattiene relazioni con il capitale finanziario USA.

Il deep state USA, che comprende gli strumenti di intelligence come FBI e CIA, sostiene Sergio Moro. Quindi, è chiara la divisione della borghesia circa i potenziali candidati e questo dovrebbe essere un vantaggio per le classi popolari e lavoratrici.

Dal loro punto di vista, l’aspetto positivo della congiuntura è rappresentato dal fatto che, da marzo di quest’anno, Lula ha recuperato i suoi pieni diritti politici e tutte le accuse di corruzione che lo hanno trattenuto in prigione per 580 giorni sono state annullate, perché sono state giudicate e considerate dalla Corte Suprema Federale come illegali, illegittime e manipolate dall’impostazione politica del giudice Sergio Moro, decorato da Bolsonaro con la nomina a ministro della Giustizia.

Pertanto, la vittoria legale di Lula in tribunale e il recupero dei suoi diritti politici lo hanno reso il nuovo rappresentante politico della classe lavoratrice, che va oltre la sua figura, il PT, la sinistra; e questo è il motivo per cui oggi Lula ha quasi il 50% delle preferenze nelle intenzioni di voto.

Inoltre, penso che il risultato politico del viaggio di Lula in Europa, con il supporto che ha ricevuto da diverse forze sociali e democratiche, dimostra che molti settori economici in Europa preferirebbero avere Lula come presidente del Brasile piuttosto che dover sopportare altri 4 anni di un governo fascista.

Quali sono le priorità politiche per i movimenti popolari nel 2022?

Il primo obiettivo politico è recuperare la lotta di massa nelle strade, perché il Covid ci ha paralizzato per due anni. La crisi capitalista ha prodotto una situazione in cui 70 milioni di persone sono disoccupate, hanno un lavoro precario o non hanno alcun reddito.

Pertanto noi, come movimenti popolari e partiti di sinistra, dobbiamo riaccendere la mobilitazione sociale di massa come unico mezzo per la popolazione di risolvere i suoi problemi e poter uscire da questa crisi, almeno dal punto di vista sociale.

La seconda priorità politica è quella di dover trasformare la campagna elettorale di Lula in una campagna di massa, perché questa rappresenta il fulcro della lotta politica di classe.

In questo modo, la vittoria di Lula sarebbe in grado di sconfiggere la borghesia, sebbene questa sia già divisa, solo se noi saremmo in grado di trasformare questa campagna elettorale in una mobilitazione di massa come parte della lotta di classe.

Inoltre, terza priorità politica: è necessario per l’anno prossimo, il 2022, discutere nuovi progetti popolari per il Brasile, perché se – come sosteniamo – vi è una crisi strutturale del capitalismo e non sappiamo quale sarà la sua durata, è importante che la sinistra porti tra le masse popolari il dibattito su che tipo di progetto è necessario per risanare il paese, per salvare il popolo brasiliano e ricostruire il progetto di uno Stato, non più dominato dalla borghesia, ma un progetto diretto dalle forze popolari.

Questo è ciò che noi speriamo che accada con un nuovo governo di Lula. Questo dibattito sarà importante in tutta la campagna elettorale affinché Lula possa avere tutta la forza necessaria per vincere le elezioni ed essere nella posizione di implementare un vero programma di riforme strutturali per risolvere i problemi delle masse popolari.

Quarto ed ultimo punto che dobbiamo discutere è che il centro della lotta di classe, sia qui in Brasile come in tutto il resto del mondo, è la battaglia delle idee e lo scontro tra ideologie diverse.

Quindi, i movimenti delle classi lavoratrici e popolari, la sinistra e le forze sociali devono spendere le proprie energie impegnandosi costantemente nella battaglia delle idee per conquistare l’egemonia culturale nella società, per dimostrare che la crisi del capitalismo e il governo neo-fascista sono responsabili di questi problemi, mentre noi abbiamo proposte concrete per salvare la popolazione e la Natura, per costruire un futuro in cui il popolo brasiliano possa vivere con dignità.

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